Toscana
Il nostro male di vivere si specchia dentro il cibo
Il responsabile Asl per i disturbi alimentari di fronte al libro di una ex anoressica «La bulimia colpisce soprattutto le donne: 20 volte di più degli uomini»
di M. Antonietta Schiavina
LIVORNO
Livornese, 52 anni, sposato con un'impiegata di un'azienda di telefonia, una bambina di quattro anni e mezzo di nome Brenda, che – dice – lo fa sentire molto giovane, Nicola Artico è psicologo all'Asl 6 di Livorno e coordina il Gruppo Multiprofessionale per i Disturbi della condotta alimentare del polo distrettuale di Cecina, dove fra i casi di anoressia gravi ha seguito quello di Elisa Fagioli, 25 anni, autrice del libro "Il peso di una libellula" presentato sabato scorso da Artico alla libreria Edison.
«Una delle tante storie a lieto fine che raccontano il "male di vivere" a cui uno psicologo è costretto a rapportarsi ogni giorno» afferma, raccontando che ha deciso di studiare la mente umana dopo il primo anno di università (Scienze politiche a Pisa con solo due esami dati: psicologia sociale e sociologia). «Spesso ci si orienta verso questo mestiere perché si vuol fare agli altri ciò che si teme debba essere fatto a noi», dice per motivare le ragioni della sua scelta e spiega: «Non è infrequente perciò che si scelga di studiare psicologia anziché andare da uno psicologo: già dai tempi di Sigmun Freud sappiamo infatti che occuparsi della psiche con un approccio di studio scientifico non è mai una vocazione neutra, ma bensì nevrotica».
Vocazione che poi lei ha risolto?
«Non so fino a che punto, forse lo possono dire i miei pazienti o i colleghi. Posso affermare soltanto che ho cercato di risolverla, occupandomi di me stesso anche da un punto di vista professionale».
Nella sua famiglia ci sono medici?
«No. Sono il figlio unico di un falegname, che mi ha permesso di studiare lavorando il legno».
Torniamo alla sua vocazione, figlia a quanto lei dice, dell'inquietudine.
«Proprio così. A 18 anni ho avuto anch'io i miei problemi esistenziali: ci sono ragazzi che la risolvono suonando la chitarra rock, altri che si occupano di politica, altri ancora che si buttano in esperienze più a rischio. Io ho voluto capire che cosa funzionasse nelle complesse vicende umane, che già esploravo occupandomi nel tempo libero anche di sociale».
Poi come è andata?
«Grazie a un manuale piuttosto datato di psicologia generale di Atkinson-Hilgard, e a quello che c'era scritto mi appassionai allo studio del comportamento umano – nel frattempo avevo fatto anche l'obiettore di coscienza lavorando al Sert con tossicodipendenti – e chiesi ai miei genitori di poter cambiare facoltà e andare a Roma: a quei tempi chi voleva studiare psicologia aveva solo due possibilità, Roma e Padova. Accettarono e iniziai così il mio percorso».
Una volta laureato poi però è tornato a Livorno?
«Sì. Ho iniziato subito a partecipare ai concorsi – non ho mai avuto la mitologia dello psicoterapeuta al 12° piano di un grattacielo di New York – e ho fatto il mio praticantato in un reparto psichiatrico. Il mio orientamento era per la clinica della salute mentale, nell'ambito pubblico, anche se il mio primo concorso da psicologo è stato all'Enel».
Vinse?
«No. I posti erano due, i concorrenti 90: io ero fra gli 88 eliminati. Ma l'esperienza fu interessante perché mi costrinse a studiare psicologia del lavoro, anche se poi mi sono orientato su due campi completamente diversi: la psicologia clinica e la psicoterapia, in cui mi sono specializzato mentre ero già sul campo, dopo aver vinto un incarico nell'Unità Operativa di Psicologia di Piombino».
Nel 1990 dopo aver vinto l'ennesimo concorso è approdato all'ospedale di Cecina dove si è fermato, orientandosi verso i disturbi alimentari. Come mai?
«Agli inizi del 2000 l'allora responsabile del reparto dove io lavoravo, dottoressa Maria Laura Piazzi, che si stava occupando con molto entusiasmo del problema, mi ha voluto come collaboratore. Con il pensionamento di Piazzi ho continuato, insieme alla collega, Maria Teresa Toler, a seguire il settore per i disturbi alimentari. E abbiamo formato un gruppo multi professionale: psicologi, medici, dietisti, infermieri e collegato a filo diretto con internisti e pediatri».
Gruppo di cui lei oggi è coordinatore.
«Sì, perché quando la Piazzi andò in pensione, nel 2007, lasciò a me il settore: da quel momento ho coordinato sia il gruppo di Cecina, sia un altro gruppo allargato di lavoro dipartimentale, sempre in collaborazione con la dottoressa Toler: io mi occupo degli adulti e lei di bambini e adolescenti. Da un po' di tempo poi, anche grazie a un finanziamento della Regione Toscana, abbiamo anche l'appoggio di una psicologa, la dottoressa Francesca Volterrani, che ha un contratto a convenzione oraria con l'Asl e ci dà una grossa mano nel progetto».
La precocità dell'intervento in caso di disturbi alimentari è importante?
«Importantissima. Un conto è intervenire su una ragazzina di diciassette anni, altro conto è farlo su una donna di 25 che magari già da dieci anni è nel tunnel. E la capacità di fare sistema con i vari specialisti come siamo riusciti nel gruppo dipartimentale in questi casi è fondamentale».
Quando la famiglia deve sentire il campanello d'allarme verso un figlio a rischio anoressia (o bulimia)?
«Nei disturbi di comportamento alimentare non ci sono fattori di predisposizione differenti da tutte le patologie psichiatriche, e i fattori che possono far scattare questi disturbi sono gli stessi della depressione o dagli stati d'ansia importanti. Però, a parte situazioni particolari, obesità infantili o diabete, diete esagerate e alcune malattie croniche, i tratti ossessivi di personalità, le aspettative esasperate su tutto, una mania di perfezione a ogni costo, la grande difficoltà nel processo di separazione e individuazione, il rifiuto del corpo adulto e perciò della sessualità, ma anche le forme infantili di dipendenza dalla famiglia, sono aspetti da osservare con attenzione e possono portare a un rischio anoressico. Mentre per quello bulimico più spesso si presenta con disturbi della personalità tipo border-line – che significa: tutto il mondo è bianco o nero, sono tutti buoni o cattivi e non esistono sfumature – una forte intolleranza alle frustrazioni, una tendenza a virare di umore rapidamente e una sessualità disordinata».
In questi casi cosa si deve fare?
«Se dopo aver parlato con il figlio e cercato di capire cosa non va, ci si rende conto che da soli non si riescono a risolvere i problemi, bisogna rivolgersi a uno psicologo o, meglio, a un centro specialistico».
Che rapporto c'è fra femmine e maschi in fatto di disturbi alimentari?
«Dieci a uno nell'anoressia e 20 a uno nella bulimia».
Negli ultimi dieci anni sono aumentati i casi?
«Soprattutto è aumentata l'incidenza dell'età rispetto all'esordio. Prima il rischio era nell'adolescenza, oggi si presenta anche nell'infanzia: ci sono casi di anoressia o bulimia verso gli 11-12 anni».
Lo psichiatra Vittorino Andreoli dice che la famiglia è come un'orchestra dove se un musicista non tiene il ritmo tutti gli altri stonano. Nel caso dei disturbi alimentari quanto secondo lei dipende dall'orchestra?
«In venti anni di attività clinica – e mi sono occupato anche di terapia famigliare – non ho mai visto un genitore decidere di far del male al proprio figlio. Questo però non esclude che anche le persone che si vogliono molto bene possano farsi del male, perché i rapporti umani implicano anche dei rischi e poiché si cresce nello sguardo dell'altro, se i genitori hanno avuto nella loro biografia qualcosa di irrisolto con i loro famigliari, o se per qualche ragione si compromette l'equilibrio della coppia, non è escluso che ne risentano i figli, anche se capita spesso di vedere genitori malmessi ma figli sani, mentre è più raro che si vedano figli malmessi e genitori sani: i figli infatti possono auto proteggersi, i genitori no».
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