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Costa concordia

Bugie, silenzi, misteri della notte maledetta

Luca Cinotti
Bugie, silenzi, misteri della notte maledetta

Schettino aveva bevuto? Perché l’evacuazione ritardò? E la ragazza? Dopo otto giorni ancora molte circostanze senza una spiegazione

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«Ti sto dicendo la verità». Cinque parole che raccontano molto della storia della Costa Concordia, quelle che escono dalla bocca del comandante Francesco Schettino e arrivano al telefono della Costa, pochi minuti dopo lo schianto con lo scoglio delle “Scole”. Raccontano molto perché contengono il concetto che più sfugge in questa storia: la “verità”, la corrispondenza delle parole ai fatti. Ma, a ben vedere, contengono anche la necessità di spiegare all’interlocutore che non si sta dicendo una fandonia, quasi come in una sorta di “excusatio non petita”. La verità sfugge, abbiamo detto. Ma non perché non ci sia. Anzi, il problema è che ce ne sono fin troppe. Dichiarazioni, deposizioni, verbali di interrogatorio si sono sovrapposti col passare dei giorni, in un gioco di specchi e riflessioni. Ma - passando al setaccio questa enorme messe di materiale - ci si accorge che i punti principali sono tre: cosa è successo subito prima dell’impatto (e dove era il comandante), quale è stato il contenuto delle telefonate nell’ora successiva (fra la Concordia e la Capitaneria e fra la nave e la compagnia Costa) e come si sono svolti effettivamente i soccorsi. Tre punti sui quali, a più di una settimana dal disastro, rimangono più ombre che luci.

In plancia o a cena? La prima questione ruota intorno al comportamente del comandante Francesco Schettino nei minuti precedenti all’impatto con lo scoglio, alle 21.45. Testimone chiave la moldava con passaporto rumeno Domnica Cemortan. Un personaggio che già da solo si porta dietro una lunga sequela di interrogativi, ma che - anche limitandoci alle sue dichiarazioni - non aiuta a diradare le ombre. Nelle prime interviste, infatti, ha detto che «al momento dell’impatto ero a cena con il comandante». Ma poi ha corretto il tiro, spiegando che «al massimo abbiamo bevuto un drink», che Schettino era passato «mezz’ora prima» e che lei era al tavolo con altri ufficiali. Se poi si vanno a leggere le dichiarazioni dello stesso comandante della Concordia al gip durante l’interrogatorio di garanzia, si trova una verità ancora diversa: alle 21.30 sale in plancia e «Domnica va nel salottino attiguo. In quel momento sulla plancia c’erano cinque ufficiali».

Può bastare? No, c’è ancora un’altra campana, quella di Rogerio Batista. Chi è costui? Si tratta di uno dei cuochi filippini della nave, che ha raccontato in un’intervista a un programma del canale tv americano Nbc che, subito dopo l’impatto, il comandante Schettino avrebbe continuato a pasteggiare, ordinando pietanze (e anche vino) per sé e per la propria ospite, una donna bionda proprio come Domnica. «Ho dato un’occhiata fuori dalla cucina e ho visto il comandante che aspettava il suo drink. Mi sono chiesto perché stesse lì, in attesa del dessert della sua compagna, con tutto quello che stava succedendo». Una versione che sembra troppo assurda per essere vera, anche in una storia dove la verità assume mille camuffamenti.

Ma, in ogni caso, una dichiarazione che ha avuto risalto sugli organi di stampa e che, probabilmente, sarà presa in considerazione anche dagli inquirenti. Anche perché si incrocia con quella del crocierista savonese Angelo Fabbri, che ha raccontato di come Schettino fosse a tavola con una donna bionda e bevesse vino («almeno un decanter», ha specificato il turista ligure). A differenza di Batista, tuttavia, Fabbri ha detto che il comandante ha lasciato il tavolo verso le 21,30: prima, quindi, del tragico scontro con lo scoglio. Nelle sue dichiarazioni di fronte al Gip, Schettino ha precisato che in plancia c’era anche il maître Antonello Tievoli: «La settimana precedente gli avevo promesso di dedicargli il saluto ma c’era mare grosso e non era stato possibile». Anche qui, una contraddizione, proprio di Tievoli, che ha negato di essere il destinatario dell’omaggio. Anche se poi, alle 21.08 di venerdì 13, la sorella del maître avvertiva gli amici su Facebook che da lì a breve la Concordia sarebbe passata a salutare l’Isola del Giglio. E pure Schettino ha più volte modificato il tiro sul destinatario dell’inchino, tirando in ballo anche l’ex comandante della Costa Mario Palombo.

Linee roventi. Alle 21.45 e cinque secondi la Costa Concordia impatta contro lo scoglio delle Scole. Quanto accade nelle decine di minuti successivi nella plancia dell’enorme nave da crociera è avvolto in una nebbia di contraddizioni, mezze verità e bugie intere. Di sicuro c’è che l’allarme alla Capitaneria viene dato con un ritardo che ha dell’incredibile: solo alle 22.26 (come si legge nei brogliacci di quella notte) il comandante ammette di avere una falla sul lato sinistro. Per i 40 minuti precedenti, la linea tenuta con la Capitaneria (che aveva saputo dell’incidente per vie traverse) era quella di un black-out. Che è stata poi la stessa avuta con i passeggeri che, dopo il rumore dovuto al disperato tentativo di evitare lo scoglio e l’impatto, si erano allarmati.

In quei minuti Schettino è al telefono con Roberto Ferrarini, manager dell’unità di crisi della Costa. E qui il giallo si infittisce. Perché secondo il comandante le sue prime parole rivolte alla compagnia sarebbero state «c’è stato un contatto con il fondale, ho fatto un guaio». E poi quella frase: «Ti sto dicendo la verità». Ma la Costa, almeno ora, a distanza di più di una settimana dai fatti, dice di non credere troppo al suo dipendente. «Non ci ha detto la verità», ha spiegato in un’intervista il presidente Luigi Foschi. Che ha aggiunto: «Il comandante ha mentito anche all’equipaggio». Qualcosa non torna, è evidente. Secondo Schettino, la compagnia è stata subito informata della gravità della situazione. Anche grazie a una telefonata dell’ex capitano Palombo direttamente al direttore generale Gianni Onorato. E non a caso gli inquirenti, proprio ieri mattina, hanno raccolto tramite i carabinieri di Savona la testimonianza dei responsabili della Ilma sub, la ditta di riparazioni navali che la notte del naufragio venne contattata dalla Costa per un intervento sullo scafo della nave.

Insomma: il dubbio che emerge da tutte queste versioni contrastanti è che (nel caso il comandante dica la verità), la compagnia armatrice sapesse (attraverso Ferrarini) che l’incidente fosse grave, ma che sperasse ancora di “cavarsela” con un intervento di rimorchiatori e riparatori, senza ricorrere al “distress”, vale a dire alla richiesta di aiuto. Che - da brogliacci della Capitaneria - alla fine arriverà soltanto alle 22.34, quasi 50 minuti dopo l’intervento. Altrimenti, è evidente, è stato il comandante a minimizzare i danni.

Il caos-soccorsi. Cosa avviene, nel frattempo, fra i passeggeri? Da testimonianze pressoché univoche sappiamo che, in mezzo al caos provocato dall’urto, l’ordine di evacuazione è arrivato solo molto tardi, intorno alle 22.58. Schettino, nell’interrogatorio di fronte al Gip, ha spiegato di aver «avviato tutte le procedure per posizionare gli ufficiali e per predisporre l’evacuazione, ma non volevo creare il panico». Quantomeno, un’affermazione cha ha poca aderenza con la realtà. Perché il panico, nella grande città galleggiante che imbarcava acqua, si era in reatà diffuso fin dai minuti dopo l’impatto, come testimoniano decine di foto e video che mostrano i passeggeri riuniti con, indosso, i giubbotti salvagente. Nessuno, però, pare voler dar loro una reale fotografia di quanto stava accadendo: in un video girato da un passeggero alle 22.22, una dipendente della Costa invita un gruppo di (spaventatissimi) passeggeri a rientrare in cabina.

Interrogato dal magistrato sul motivo che l’ha spinto a dare l’ordine di evacuzione nave un’ora e un quarto dopo l’urto con lo scoglio, Schettino ha detto che «la nave era ingovernabile e avevo deciso di farla adagiare sulla secca». Una versione che sembra smentita da altri video diffusi a profusione su Internet in questi ultimi giorni che dimostrano come, intorno alle 22.30, la Costa Concordia fosse ancora stabile, con la possibilità - almeno teorica - di poter calare le scialuppe che, invece, continuarono a rimanere ancora ben attaccate ai loro sostegni sui ponti della nave. Al punto che in molti parlano di una evacuazione “autogestita”, anche grazie all’impegno di parte del personale e del comandante in borghese Roberto Bosio.

Un aiuto dalla tecnologia? La palla (o, meglio, la patata che scotta) è ora in mano agli inquirenti. Che per scogliere il dedalo di interrogativi e contraddizioni che abbiamo delineato sopra sembrano aspettarsi molto dalle analisi della cosiddetta “scatola nera”, in grado di registrare anche quanto detto in plancia. E poi, dalla visualizzazione delle riprese delle telecamere che potrebbero anche risolvere il dilemma su chi fosse efferttivamente sul ponte di comando. Anche l’avvocato difensore di Schettino, Bruno Leporatti, ha detto che nei tabulati sta la verità su quanto successo.

Ma forse bisogna scomodare Oscar Wilde. Che ammoniva su come «la verità raramente è pura e mai è semplice».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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