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Latte gratis a chi non aveva soldi

Latte gratis a chi non aveva soldi

Così il bar ha accolto i naufraghi. «Assurde le critiche d’Oltralpe»

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ISOLA DEL GIGLIO

C’ha rimesso pure due cappotti da 550 euro e forse anche un paio di scarpe e una macchina fotografica. «Non le trovo più, ma non m’importa», spiega Viola Ferraro, proprietaria con i fratelli Franca e Silvano del bar Ferraro sul molo del Giglio, ricordando la sera del 13 gennaio. Il suo è stato l’unico bar aperto la notte del naufragio e ha rifocillato oltre 4mila persone piombate su un’isola che d’inverno a stento ospita poche centinaia di abitanti.

È dispiaciuta, Viola, a sentire le polemiche che stanno girando in Francia a proposito di quei caffè bevuti al suo bancone.

«Non so proprio di cosa stiano parlando - spiega - noi il caffè lo abbiamo dato anche gratis a chi non aveva soldi. Un filippino voleva pagarmi in dollari e gli ho detto che non importava. È vero, chi ha voluto pagare lo abbiamo accettato, e comunque il caffè qui costa 1 euro. Qualcuno ci ha perfino lasciato la mancia. Ma a chi non aveva niente non abbiamo chiesto niente».

L’insegna del bar è una tavola in legno con disegnati due fari, uno rosso e uno blu, e una barca che entra. Un porto sicuro e accogliente, insomma, il Ferraro: poche decine di metri quadrati, il bancone in fondo e un minuscolo bagno che venerdì sera è stato riparo per i disperati del Concordia.

«Abbiamo consumato 100 litri di latte - racconto tornando con la mente a quella sera - e non saprei quanto caffè e tè, che erano le cose che sono andate per la maggiore. La fila arrivava fino a fuori, e dentro c’era gente sdraiata che dormiva o cercava di riposarsi. E figurarsi che non dovevamo neppure stare aperti».

Quella sera il bar era chiuso da un pezzo quando sono arrivati i primi naufraghi. D’inverno al Giglio abitano due o trecento persone in tutto e non c’è esattamente un grande “struscio” la sera.

Quando la nave è transitata davanti al molo, ormai in balia della falla, Viola era là e ha visto in diretta la scena. «Il sindaco Ortelli mi è venuto incontro - ricorda la ragazza - e mi ha detto: “Viola, apri il bar subito”. Io, mio fratello Silvano, sua moglie Tiziana e un’amica, Francesca, ci siamo messi subito al lavoro».

Il giorno dopo è tornata anche la sorella Franca, da Londra e pure lei si è messa a lavoro. «Siamo rimasti aperti ininterrottamente per due giorni - spiega Viola - e in condizioni estreme. La sera del naufragio avevamo gente assiepata dietro la porta, in cerca di caldo. Una volta partiti i naufraghi domenica mattina, sono arrivati i giornalisti. E non abbiamo potuto chiudere nemmeno a quel punto».

Un’accoglienza che è stata confermata da centinaia di testimonianze, messe in moto spontaneamente dai paesani, e che affonda le radici nella grande tradizione isolana di tendere la mano a chi viene per mare.

«Non capisco davvero come possano lamentarsi quei signori francesi - conclude Sara, rimboccandosi le maniche per tornare al lavoro dopo la breve pausa per l’intervista -. Noi eravamo qui per tutti, anche per loro». (f.f.)

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