Il Tirreno

Livorno

Se il degrado si affaccia sul palcoscenico

Se il degrado si affaccia sul palcoscenico

L’altra metà del parco di Villa Mimbelli sarebbe un gioiello. Ma è rovinato dal teatrino ko e dall’ex chiosco choc

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di Mauro Zucchelli

Nello scrigno ci sono: i capolavori di Giovanni Fattori come "L'assalto a Madonna della Scoperta" o "Carica di cavalleria a Montebello"; la bella collezione di icone provenienti da chiese greco-ortodosse della tradizione multireligiosa della città; la curiosa saletta turca con decorazioni moresche; la sala degli specchi con lo strano buco che faceva da altoparlante perché di là dal muro, nascosta, c'era l'orchestra; i putti di ceramica smaltata lungo lo scalone.

Nessun dubbio, Villa Mimbelli è un tesoro. Ma anche l'argenteria più chic può coprirsi di macchie e ombre se nessuno la lucida. Dev'esser quello che è accaduto alla residenza signorile di messer Mimbelli Francesco, stirpe croata di mercanti, marito di Enrichetta Rodocanacchi, anch'essa rampolla d'un casato foresto di grande borghesia mercantile, ma di origini greche. È sufficiente alzare lo sguardo sull’esterno della villa ottocentesca, restaurata all’inizio degli anni Novanta: gli intonaci ocra sono slabbrati in molti punti. Soprattutto lato mare, soprattutto al di sopra del balcon d’onore al primo piano: colpiti dal libeccio e dal salmastro.

Nel ’94 quel gioiello che è il museo Fattori viene restituito alla città ma quasi in contemporanea il parco perde la propria metà nord: resta off limits fino a tre anni fa. Eppure questo parco-bis non è stata una aggiunta recente: la villa dei Mimbelli doveva esser ancora completata sotto la supervisione dell’architetto Vincenzo Micheli quando vengono acquistati i terreni adiacenti e si allarga il parco.

L’altra metà del parco, i livornesi l’hanno conosciuta negli anni Ottanta. Era il teatro estivo della città, il palcoscenico della lirica per una Livorno che finalmente cercava di fare pace con Mascagni e cominciare ad andare alla scoperta anche di produzioni meno fortunate di “Cavalleria rusticana”: non è affatto casuale ogni riferimento, ad esempio, a opere come “Zanetto” (1986) o “Iris” (1988), tanto per citarne un paio.

Adesso la seconda metà del parco non è più tabù, anzi lo rende accessibile anche da via delle Case Rosse: pure qui, come nell’altra parte, trionfano le palme e l’effetto scenografico sul verde d’un prato ben curato è perfino migliore di quello nella metà che tutti conoscono.

Peccato però che nel bel mezzo del prato ci sia un’accoppiata di brutture.

L’una: il teatrino ha un identikit che vorrebbe scimmiottare il gusto neoclassico con tanto di frasina in latinorum sopra il palco («ridentibus arrident humani vultus»), evitate però di guardare la scalinata semicircolare perché equivale un uppercut all’occhio. Il palcoscenico però non si vede: è al di là di una mogia cortina di tavole di legno. Efficace forse, bella proprio no. Non basta: i sotterranei del fabbricato si allagano ad ogni acquazzone e comunque ora servono tutt’al più per dare un tetto a topi, ferrivecchi e immondizia.

L’altra “perla”? È quel simpatico esempio di architettura funzionale di ascendenza bulgara il fabbricato in mattoni e chissà cosa che un tempo forse serviva a dotare di cocacola, chewing gum e granitina lo stimato pubblico, ora invece è un monumento all’Incongruo:impacchettato come una performance-provocazione fra rete arancione e griglia di ferro.

L’ultimo tentativo per provare a salvare il teatrino l’ha fatto il Garden Club: i riflettori sono tornati a illuminare questa scena anche senza accendere l’interruttore. Con “Harborea” all’inizio di autunno: non solo il festival del hobby del giardino ma anche una nuova idea di cultura in verde.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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