Gioco
La notte senza fine degli eroi dell’isola
Il racconto di chi ha soccorso migliaia di naufraghi bagnati e infreddoliti Tanti gesti piccoli e grandi che rimarranno nella memoria di tutti
Erano in trecento al Porto, e in una notte che non è ancora finita, hanno lavato la colpa di un capitano sciagurato e fatto luce su una tradizione, quella dell’inchino di un transatlantico alla costa, esibizionista e spericolata quanto conosciuta, tollerata e ricambiata per secoli dagli stessi gigliesi.
Nelle ore in cui il loro vecchio mondo - solitario d’inverno e affollato d’estate - si rovesciava insieme alla Concordia, ognuno ha continuato a fare ciò che meglio gli riesce: «gli uomini hanno pensato al mare, le donne alla tavola».
Le vesciche color vinaccia sulle mani di Mario Pellegrini, 49 anni, vicesindaco del Giglio, raccontano le ore passate sulla nave a organizzare l’evacuazione. «Ero tornato da una pescata a totani – ricorda – e stavo guardando una partita quando è scattato l’allarme: un quarto d’ora dopo ero sotto bordo. Ho chiesto degli ufficiali e nessuno mi ha saputo dare una risposta. Allora mi sono messo a fare avanti e indietro sui ponti per far scendere la gente. La cosa che si notava era la mancanza di una direzione. Il momento peggiore? Quando la nave si è inclinata su un lato, le luci si sono spente ed è scoppiato il panico. Per andare da una parte all’altra c’era solo una paratia bagnata e scivolosa per via del gasolio. In quei punti si sono creati dei pozzi e dentro c’era gente che urlava: con il commissario di bordo e il medico ne abbiamo tirati fuori nove tra cui una ragazza con la gamba rotta».
Giovanni Rossi, che sul giaccone ha le coordinate del Giglio, gestisce una tabaccheria e un’azienda agricola. Per ore ha fatto la spola tra il porto e il Concordia in bilico a bordo delle scialuppe. «Le prime erano semi vuote nell’ultima invece c’erano almeno centosessanta persone. Com’erano? Molti erano più meravigliati che spaventati».
Argentino Pini, che sul porto tutti chiamano “Argento” e basta, ha 70 anni, faccia e carriera da comandante di lungo corso e un vezzo: un anello d’oro all’orecchio destro segno - racconta - «di una tradizione inglese che vuole onorare i marinai che hanno doppiato Capo Horn: “un'oncia d'oro - dicevano - per una degna sepoltura”».
“Argento” è rimasto fino alle quattro e mezzo del mattino a legare e slegare le cime delle ventidue scialuppe della Concordia arrivate a terra con oltre quattromila passeggeri. «Erano feriti e spaventati. Li abbiamo tirati a riva uno dopo l’altro. Mi sono fermato solo quando con la schiena non ce la facevo più. Ma sono orgoglioso dei gigliesi - dice guardando la Cala delle “Stringulette”, quella dove si racconta che Nerone allevasse murene per portarle a Roma e darle agli schiavi - credevo che certi valori si fossero persi, invece la solidarietà dei marinai era solo sopita».
Serena Impallomeni, che di anni ne ha 26 e anche oggi a pranzo serve penne al pomodoro e salsicce ai centinaia di militari e volontari radunati nella scuola media trasformata in mensa, venerdì sera era sul divano quando le è squillato il telefono. «Il mio fidanzato fa l’ormeggiatore - racconta timida - mi ha chiamato sul cellulare e mi ha detto che una nave si era incagliata davanti all’imboccatura: mi sono messa un paio di scarpe e un giacchetto lungo e sono scesa». Per qualche minuto Serena ha provato ha far sbarcare i naufraghi, poi - racconta - «quando ho capito che non ce la facevo e rischiavo di cadere in mare sono andata nelle retrovie e ho iniziato a scaldare pentole d'acqua per preparare tè e caffè alle persone che scendevano».
A chi abita al Porto è bastato aprire la porta di casa per dare una mano, gli altri quando hanno visto le luci del gigante spiaggiato sono partiti in macchina dalle frazioni di Castello e Campese. «Cosa abbiamo visto? Gente che urlava, persone mezze nude, ferite, chi tremava dal freddo e chi cercava un parente che non trovava». C’è chi aperto l’edicola e ci ha fatto dormire dentro una ventina di persone, altri sono andati a recuperare coperte e vestiti.
«Avessi avuto una reggia, quella notte, l’avrei riempita», dice ora Caterina Pellegrini alla tv danese dopo aver dato da dormire a una trentina di persone e aver cercato invano uno dei turisti tedeschi assieme alla moglie.
Paolo Fanciulli, 43 anni, ha qualcosa che somiglia a un castello: è il proprietario dell’hotel Bahamas, l’unico aperto la notte del naufragio. Ieri mattina ha ricevuto l’ennesimo fax di ringraziamento, dal presidente del Comitato made in Italy: «Siete grandi persone – si legge – siete l’Italia che ci fa grandi». Paolo sorride mentre l’ennesimo giornalista gli chiede se ha un stanza libera. «Quando mi sono reso conto di quello che era successo ho chiamato mia moglie Liliana e mia figlia di 12 anni per dirle di accendere tutto: riscaldamenti e macchina del caffè. Prime ad arrivare mamme e bambine, poi tutti gli altri. In una notte ho consumato tanto quanto in due settimane d’estate. Qua dentro – dice indicando l’ingresso – ha dormito un migliaio di persone. Erano dappertutto: in una camera stavano in quaranta e per andare in bagno c’era la fila fino a fuori e quasi tutti la rispettavano. Al mattino i naufraghi per ripararsi dal freddo hanno usato tendaggi e coperte. «Quelle che vedete ora me le ha date la Misericordia». Chi aveva ancora il borsello ha provato a pagare, Paolo ha risposto «No money» e ha accompagnato la figlia a scuola. Elisa, 12 anni, quel giorno ha preso un brutto voto. Ma quel giorno i voti della scuola contavano poco: al Giglio tutti promossi con lode.
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