Gioco
Quelle ore di anarchia mentre il terrore saliva
In assenza di ordini un comandante in seconda, per caso a bordo della nave e in borghese, ha preso le redini della situazione e organizzato l’evacuazione
Francesco Schettino guarda dagli scogli quel che succede sulla nave di cui era il signore indiscusso fino a pochi minuti prima, con la quale pretendeva di zigzagare tra scogli, promontori e isole per dimostrare a tutti, in primo luogo a se stesso, quanto fosse bravo a manovrare quella montagna animata e galleggiante, sfavillante di luci e traboccante di tecnologia. Ce l’ha nel sangue, la voglia di sfida. L’equipaggio ricorda quella volta – poco più di un mese fa – che a Marsiglia volle prendere il mare nonostante le raffiche di vento a 110 orari: motori a tutta forza, leva sui respingenti del molo e avanti nel mare che impauriva solo a guardarlo. Anche quel giorno sulla nave c’erano quattromila passeggeri.
Nonostante che il comandante De Falco al telefono gli ordini di risalire, Schettino neppure è sfiorato dal proposito di tornare sulla Concordia. Coi piedi ben piantati sulla scogliera del Lazzaretto, dopo essersi trovato per caso (così ha detto ieri al giudice) sulla scialuppa di salvataggio, osserva la nave che s’inclina sempre di più, per finire adagiata sul fianco destro. Sopra c’è chi avrebbe le competenze per sostituirlo ma non il titolo. E’ comandante in seconda su un’altra nave della flotta Costa e naviga verso Savona dopo essere stato sei mesi per mare. Roberto Bosio è sul Concordia per caso, in abiti borghesi anche per non interferire con Schettino, col quale non ha buoni rapporti. Troppo diversi, i loro caratteri sono agli antipodi: sicuro di sé all’eccesso Schettino, riservato Bosio. Sul suo profilo Facebook scrive: «Mi hanno insegnato a trattare bene le persone».
Ha imparato bene, se è vero che a meno di un’ora dall’urto contro la scogliera si rimbocca le maniche e si mette a organizzare l’evacuazione assieme ad altri membri dell’equipaggio, quelli che non hanno voglia di aspettare Schettino. Perché già verso le dieci è chiaro che non c’è più nulla da fare. La Concordia ha sbattuto con il fianco sinistro contro una guglia sommersa delle Scole e la roccia, acuminata come un punteruolo, ha scavato una voragine nella carena, una falla di trenta metri per sei, producendo un gorgo enorme che risucchia l’acqua del mare e la scarica nella sala macchine. Tutto è sommerso, compresi i motori e i generatori. Le pompe sono inservibili. La nave va avanti per inerzia e al buio, illuminata dalle poche luci di emergenza. Sui ponti è il caos, i passeggeri urlano, cercano i salvagenti, sgomitano per trovare un posto nelle lance di salvataggio. Ma l’ordine di evacuazione non arriva.
Schettino non lo dà. Parla al telefono, non con la capitaneria di Porto ma con lo stato maggiore di Costa Crociere. Di preciso con Roberto Ferrarini, responsabile dell’unità di crisi della compagnia. Minimizza. Dice che il problema è grave ma risolvibile. Chiama anche Mario Palombo, l’ex comandante che nella flotta è quasi un mito, di cui Schettino è stato fidato secondo e amico. Parla di continuo mentre la nave va giù, senza dare disposizioni all’equipaggio che aspetta. Solo verso le 22.30 gli sentono dire che tutto è perso, non per il naufragio o per i passeggeri che stanno perdendo la vita, ma per il suo lavoro: sarà licenziato. Bosio discute con l’esitante Schettino, litigano sul da farsi; conosce la nave per averci lavorato e ora, assieme agli altri, s’ingegna senza più illudersi per un ordine che tarda ad arrivare.
A Livorno scatta l’allarme. Un passeggero, al telefono, chiama i carabinieri di Prato che subito avvertono la capitaneria: il soffitto del ponte sopra al ristorante è caduto e a tutti è stato consigliato d’indossare il giubbotto salvagente. La nave viene individuata col sistema satellitare e alle 22,14 c’è il primo contatto con la Concordia. Ma dalla plancia minimizzano: «E’ solo un black-out», risponde un ufficiale di bordo alla capitaneria. Livorno richiama 12 minuti dopo, poiché dai rilevamenti risulta che la nave viaggia a neppure due chilometri all’ora. Praticamente è ferma. Dalla plancia ammettono l’apertura di una falla, ma si limitano a chiedere un rimorchiatore per il traino. Troppe contraddizioni, qualcosa non quadra. Anzi, le cose non tornano neanche un po’. Alle 22,28 De Falco, dalla sala operativa, decide di dirottare sul posto tutte le navi presenti: la capitaneria si mette in moto da sola e dichiara l’emergenza. Dalla nave ormai inclinata, però, 20 minuti dopo rispondono che stanno ancora valutando se evacuare o no. All’ennesima chiamata della capitaneria – sono le 22,58 – Schettino in persona risponde che sì, sta per dare l’ordine di abbandono della nave, mentre sui ponti l’agitazione si trasforma in paura e la paura in angoscia. Alle 23,37 ancora lui racconta che a bordo restano 300 persone, in tal modo lasciando intendere di averne evacuate oltre 3900 in 39 minuti. In realtà dagli elicotteri avvertono che a bordo restano molti passeggeri, altri ne vedono in mare. A mezzanotte e 42 minuti, Schettino risponde a De Falco: “Siamo su una scialuppa di salvataggio, io e tutti gli ufficiali”. De Falco gli ordina di risalire e all’1,46 glielo ripete, intimandogli di utilizzare la biscaglina.
Ma Schettino è già sulla terraferma e ci resterà. Qualcuno dice di averlo visto in piedi sugli scogli del Lazzaretto, a distanza ravvicinata dal relitto, a guardare il disastro compiuto dopo essersi messo al timone. C’era lui in plancia quando la nave ha staccato un pezzo di scogliera sommersa e se l’è portata appresso. Perché si è avvicinato tanto alla costa? Per una bravata, ha detto il procuratore Francesco Verusio. Visto com’è andata, per dimostrare a tutti di saper dominare la natura e le macchine insieme, il mare di notte e la sua poderosa, immensa nave. Per sfida soprattutto, generata da un saluto, da un gesto di riguardo verso qualcuno che era a bordo o a terra, un “inchino” inteso come passaggio radente a sirene aperte.
L’ultima testimonianza prima del fermo disposta dalla procura è quella di un tassista del Giglio, chiamato dalla capitaneria per portare il comandante in albergo, distante 500 metri, così da evitargli l’assedio dei cronisti. Nel tragitto è stato in silenzio: «Era come un cane bastonato, aveva freddo ed era impaurito. Mi chiese solo dove comprare un paio di calzini».
La procura ha disposto gli esami tossicologici, sull’urina e i capelli, ai quali lui si è sottoposto senza protestare. Ma il suo caso, il suo comportamento incongruo tra il prima e il dopo, tra l’arroganza di chi gioca con la vita degli altri e l’arrendevolezza di facciata che mostra al telefono con De Falco, intriga gli psichiatri. Alberto Siracusano, direttore del dipartimento di neuroscienze di Tor Vergata, parla di «regressione infantile di fronte a un avvenimento da cui si è dissociato. Schettino non pare spaventato, ma inadatto al suo ruolo. Non sembra rendersi conto di quel che accade. Dà mezze risposte e quando dice che è buio, sembra un bambino». E proprio ciò che angoscia di più: un bambino, che gioca con una nave da 120mila tonnellate sulla quale viaggiano 4.232 persone, che fa lo slalom tra gli scogli, che provoca un incidente con morti e feriti, che causa un danno enorme alle cose e uno inestimabile all’ambiente. Un bambino che troppi hanno creduto un adulto, forte, capace di proteggere gli altri e di prendere decisioni. Prima o poi dovranno spiegare come hanno fatto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

