Gioco
Senza lavoro né pensione per effetto della riforma
Enzo Cozzolini è diventato il simbolo dei dipendenti di aziende in crisi rimasti privi di protezioni: ora è un caso nazionale seguitissimo sul web
di Matteo Baccellini
LIVORNO
La crisi economica del 2009, la certificazione della difficoltà dell’azienda per la quale lavorava, sotto forma di accordo sindacale per aprire una procedura di mobilità per esuberi, datato aprile 2010. E poi l’attesa di una pensione che, secondo quegli accordi, avrebbe dovuto scattare dal prossimo aprile, quindi dopo 2 anni di mobilità.
Fin qui la storia quasi accettabile di un dipendente di 56 anni, meglio, ex dipendente, della Pierburg di Livorno, che produce pompe e strumenti di componentistica meccanica per automobili.
Enzo Cozzolini, entrato oltre trent’anni fa nella vecchia Motofides (per l’esattezza 32, ma altri 8 li ha passati come saldatore in un’altra azienda), dalle cui ceneri è nata poi la Pierburg, è un lavoratore non ancora in pensione e non più in grado di poter essere assunto. Nel limbo, è il caso di dire.
O nella terra di nessuno, come dice lui. Dall’aprile 2010 si trova ancora in mobilità, ma il traguardo della sua pensione è stato spostato in avanti da una legge che ha penalizzato lui e rischia di penalizzare molti altri. E la parola certezza sul futuro è sparita dal suo vocabolario.
Cosa è accaduto, dopo quell’accordo, Cozzolini?
«È accaduto che sono diventato un ex operaio che ha pagato duramente la crisi. Praticamente l’ho pagata due volte. E oggi mi trovo in mobilità da 2 anni e grazie alla legge 122 del governo Berlusconi mi sono trovato a fare come minimo un altro anno di mobilità, fino agli inizi del 2013, seppur abbia già maturato 40 anni di contributi. Sto a casa, sono un licenziato che nessuno riassumerà».
Con la legge 122, si riferisce al decreto del ministro Sacconi del governo Berlusconi?
«Esatto. Io ho fatto per anni il sindacalista nell'azienda dove lavoravo. So benissimo che la mobilità fino ad oggi era l'unico strumento che permetteva di mandare gli esuberi "anziani" in mobilità salvando i giovani. Solo che quella mossa del ministro Sacconi di allungare le finestre pensionistiche senza prevedere altri ammortizzatori sociali, per tutte quelle persone in attesa della pensione, in questa che è davvero una terra di nessuno, è diventata una mazzata. Proprio un bel regalo ».
Quanto percepisce adesso con la mobilità?
«Vivo con 700/800 euro al mese, è una cifra accettabile ma solo in considerazione del fatto che so che dovrebbe spettarmi la pensione.
Finora si andava in mobilità per un anno se si avevano meno di 40 anni di età. Dai 40 ai 50 anni ci si andava per due. Oltre i 50, è il mio caso, anche per tre. E infatti il mio accordo ne prevedeva tre. Adesso so con certezza che dopo il 2010 e il 2011, ci sarà anche tutto un 2012 così. Ma era previsto che ad aprile, con le vecchie regole sarei diventato un pensionato».
Ha paura di non andare più in pensione l’anno prossimo?
«Mi auguro di raggiungerla davvero. Dopo Sacconi, il nuovo ministro del lavoro Fornero ha rimesso di nuovo mano alle pensioni. Se poi accade che finisce la mobilità e non posso più andarci, viste tutte le riforme che stanno arrivando e i requisiti che non bastano più, mi dite come faccio per andare avanti?»
Il nuovo governo Monti vi ha dato una mano?
«Il nuovo ministro Fornero non ha reso le cose più chiare. Anzi, se prima la somma tra anni di età e quelli di contributi faceva 96, adesso siamo a 100. Ce ne vogliono 42 di contributi e 66 di età per la pensione effettiva. E come dice il segretario Fiom Pedini, c’è chi rischia di arrivare a 66 anni con una pensione sociale da fame. E personalmente ce l’ho con la Lega che prima era contro i 40 anni, adesso ha detto sì ai 42».
Quante persone si trovano nella sua situazione a Livorno?
«Stiamo raccogliendo ancora i numeri e cercando di capire meglio la situazione, e lo faremo anche con un comitato che nascerà a breve (vedi articolo sotto) ma di sicuro diverse centinaia. Solo nella mia ditta siamo una ventina di operai. In Italia sono quasi 70mila, per ora. Il ministro Sacconi ha cambiato le carte in tavola, c’è poco da fare. Si gioca con la vita della gente».
Come si vive in una situazione del genere?
«Male. Ci sono quei 700/800 euro al mese e la prospettiva della pensione. Per il resto è caos. Io dovrei farcela, ma resta il fatto che siamo solo dei licenziati a tutti gli effetti, vecchi per essere assunti da qualcun altro, ma troppo giovani anagraficamente per la pensione. Una situazione dura da gestire».
La sua protesta, e quella di altri colleghi, è sfociata anche sul canale internet Youdem, quello del Partito Democratico. Siete stati intervistati a Livorno per raccogliere la vostra protesta.
«Una giornalista è venuta a Livorno qualche giorno fa per raccogliere la nostra protesta. Abbiamo deciso di farci sentire, siamo una parte consistente di lavoratori tagliati fuori dal mondo che ci è appartenuto per molti anni. Senza dimenticare che alla Pierburg siamo stati, prima della mobilità, due anni in cassa integrazione a rotazione. E quell’accordo sembrava accompagnarci tranquillamente alla pensione».
Nel video girato in città sulla Terrazza Mascagni non è solo.
«Siamo in tre, io e gli altri lavoratori Stefano Castelli e Andrea Aventini, tutti rappresentanti sindacali. Loro rispetto a me hanno una situazione diversa. Hanno più anni di me ma minori contributi versati. Per certi versi rischiano più loro, che il sottoscritto. Ma ho deciso di uscire allo scoperto e di protestare non solo per me, ma anche per tutte quelle persone che non hanno voce. O meglio che non hanno risposta alle loro domande».
Oltre a rivolgersi a giornali e tv, ha scritto a qualcuno?
«Ho provato a contattare politici locali, segreterie, fino al gesto di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica».
Le ha risposto, il Presidente Napolitano?
«Non personalmente, ma tramite il suo segretario. La cosa mi ha fatto piacere: è stata una risposta cortese ma che purtroppo non è entrata nel merito della questione. Nella lettera, si specifica che il capo di Stato non ha poteri di intervento diretto su singoli casi o vertenze in atto»
Nel video di Youdem c’è anche il commento dell’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, del Pd.
«Sì, ma anche lui non ci dà una risposta specifica. Nessuno ci dice, sì andrete in pensione quel giorno preciso. Damiano ha ribadito le regole attuali. Chi va in pensione per anzianità ha bisogno di 42 anni di contributi, percependoli tutti, mentre prima ci si fermava a 40. E questo è un vantaggio. Solo che la finestra mobile è stata incorporata nei 42 anni, ma c’è una penalizzazione. Chi ha iniziato a lavorare a 15 anni, può andare in pensione a 57, ma con una percentuale di 1% e 2% di penalità a seconda degli anni di differenza. Una mossa penalizzante».
Cosa significa lavorare 40 anni in fabbrica?
«Il mio è un lavoro usurante, alla Motofides lavoravo nei serbatoi, poi sono passato alla cattena di montaggio quando è cambiato il tipo di lavoro. E nessuno che mi abbia mai tutelato, in questo senso, anche a livello pensionistico».
Si sente deluso, tradito?
«Non mi sento tradito, ma isolato e non ascoltato. Quello sì'. Sia come lavoratore che come persona. Nessuno ti fa parlare, il decreto legge 122 può cambiare numeri ma soprattutto può cambiare le vite delle persone. Non ci possono levare il futuro. Sacrifici, sforzi, tutto giusto. Ma non possono toglierci il futuro, dicendoci che lo fanno per i nostri figli. Non è vero».
Qual è la cosa che più la disturba in questa storia?
«Il fatto che un giovane, senza noi che andiamo in esubero, non può entrare nell'organico di un'azienda. Per colpa nostra: siamo considerati vecchi ma non troppo. Non possiamo lavorare ma nemmeno andare in pensione. Assurdo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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