Toscana
Cento lingue e cento lavori dell’equipaggio naufragato
Guide inglesi, camerieri indonesiani, marinai filippini: salvi ma hanno perso tutto «Come faremo a tornare a casa senza soldi e dopo aver perso i documenti?»
PRINCIPINA TERRA
Chef, pasticceri, addetti al casinò, guide escursionistiche. Filippini, indonesiani, britannici, indiani, pakistani, thailandesi di 64 nazionalità diverse. I membri dell'equipaggio del Costa Concordia si sono improvvisamente trasformati, dopo il naufragio, in un esercito di fantasmi senza più soldi, scarpe o vestiti.
«Quando ho sentito l'urto sono andato in sala macchine e sono stato travolto dall’acqua - racconta uno di loro, appena arrivato a Grosseto - In questi casi vuole dire che la crepa è talmente grande che si può fare ben poco...».
Confluiti in massa in Maremma, costretti a chiedere scarpe alla Caritas, avvolti da pesanti coperte di lana, ieri mattina i naufraghi sono giunti a ondate in provincia di Grosseto dove la Protezione civile, coordinata dalla Prefettura, li ha sistemati in hotel, appartamenti e affittacamere. Solo 500 alla fattoria la Principina.
«Rispetto al momento dell'impatto con gli scogli - commenta uno di loro - l'ordine del comandante di abbandonare la nave è arrivato troppo tardi: un'ora dopo. Fosse arrivato prima non sarebbe successo questo disastro».
Senza più emozione negli occhi e con lo sguardo sbarrato, la paura nel volto e la schiena dolorante, Kamen Peev, operaio bulgaro di 41 anni, veste una tuta bianca e sporca con su scritto Costa. Insieme a centinaia di colleghi dell'equipaggio, anche Kamen ha trovato alloggio nella megastruttura alle porte di Grosseto. «Non ho più niente, mi prestate un telefono?», chiede ansioso alla receptionist e al direttore Alessandra Bianchi mentre il plotone di disperati scende dai pullman e si accomoda accanto a lui. Perché Kamen vorrebbe raggiungere moglie e figli a Mestre ma non può comprarsi un biglietto. Ed è solo.
«Chissà se ferrovie dello Stato - ipotizza la direttrice - per aiutarlo - vedendo qualcuno vestito con la tuta di Costa può ipotizzare convenzioni speciali...». Il sopravvissuto ascolta speranzoso senza guardarti negli occhi, con l'aria di uno che è appena fuggito e continua a farlo, disorientato. «Paura? Sì, ne ho avuta tanta, anche se ho una discreta esperienza alle spalle - racconta - Lavoro da 22 anni e questa è la seconda volta che abbandono una nave. Ma l’altra, niente del genere». Al momento dell'incidente Kamen era a lavoro come addetto “idraulico” alla distribuzione di acqua al 4° piano. Sotto di lui c'erano le macchine, la prima cabina dell'equipaggio. Sopra invece un’altra cabina e al 5° piano i passeggeri.
Anche Francesco di Lena, 30 anni, era a lavoro nel Costa, come addetto al casinò. «Stavo facendo un'intervista per il tg della nave, quando sono stato travolto da blackout. La corrente è saltata e sono andato a vedere cosa succedeva, ho sentito sette squilli brevi seguiti da uno lungo e ho capito che eravamo nell'emergenza generale». E' fuggito, ha visto gente gettarsi in acqua. Ma prima ancora ha salvato 35 passeggeri.
«Li ho aiutati ad abbandonare la nave».
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