Gioco
Qui si rifugiò il principe di Polonia
L’amore impossibile di Stanislao Poniatowski che a Monterotondo stabilì la sua dimora
Ecco di seguito un pezzo che l’ex direttore del Tirreno scrisse su Stanislao a Monterotondo
di LUIGI BIANCHI
Fu una storia d’amore quella che nella prima metà dell’ottocento portò a Livorno Stanislao Poniatowski, principe polacco, nipote di quell’omonimo Stanislao Augusto che per più di trent’anni, dal 1764 al 1795, regnò sulla Polonia. Una specie di telenovela che, se non fosse documentata fin nei minimi risvolti, si direbbe inventata per commuovere le casalinghe di mezza età. Una vicenda tormentata che cominciò nella Roma papalina di Pio VII, ipocrita e bigotta, e si concluse felicemente, 40 anni dopo, a Livorno, ai tempi dei Lorena una delle città più laiche d’Europa. Se a Livorno il nome dei Poniatowski ricorre ancora, legato a due delle più belle ville cittadine, è in seguito a quelle vicissitudini. Stanislao, era nato a Varsavia nel 1754, figlio di Casimiro, fratello del re e Gran Ciambellano di Polonia. Un nobile ricco e gaudente, dissipatore delle immense risorse familiari, che del figlio si occupò pochissimo. Stanislao fu educato dalla madre. A 22 anni era già un personaggio di spicco: aveva visitato mezza Europa ed era un generale energico, stimato dallo zio che pensava di designarlo come suo successore. Ma nel 1791 sopravvenne una brusca rottura e Stanislao decise di andare all’estero. Da allora, mentre nel cuore dell’Europa infuriavano le guerre napoleoniche e il regno di Polonia scompariva, il principe si trasformò in un uomo di affari: comperò terre e palazzi e mise insieme un enorme patrimonio. Acquistò anche il palazzo “galeotto”, in Via della Croce, a Roma, a due passi da Piazza di Spagna. Stanislao ne fece la sua residenza, ottenendo dal Papa l’immunità diplomatica e la extra territorialità. Volle il caso che a poca distanza, in una delle viuzze che si intrecciano al centro di Roma, abitasse una giovane popolana di nome Cassandra Luci, costretta a sposare un ignobile individuo di molti anni più anziano, Vincenzo Benloch, ubriacone e violento. La convivenza era diventata ben presto un inferno. Finché una sera la povera Cassandra per sottrarsi ai ceffoni del marito si rifugiò nel portone del palazzo Poniatowski chiedendo protezione. La ottenne, e in misura talmente elevata che diventò la padrona del palazzo. Stanislao aveva ormai superato i 50 anni e conduceva una vita solitaria, in un esilio dorato, sapendo che il suo Paese non esisteva più e che lo zio sovrano si era spento in terra straniera. Alla vista della splendida Cassandra, umile povera e infelice, sentì riemergere la fierezza degli antichi cavalieri. Accolse la donna, la prese sotto la sua protezione, le cambiò il nome chiamandola Caterina in onore della grande imperatrice di Russia e mise al mondo con lei 5 figli. La vicenda lasciò indifferente la buona società romana, che era, sì, bacchettona, ma anche abituata alla doppiezza. La situazione cambiò radicalmente, quando si vide che il principe faceva sul serio. Lo scandalo dilagò al punto tale che intervenne perfino il Segretario di Stato Consalvi per far presente al Poniatowski che il Papa non approvava. Stanislao, anziché genuflettersi reagì con atto di sfida: raccolse le prove che inficiavano il matrimonio di Cassandra con il Benloch e chiese alla Sacra Rota di annullarlo, in modo da sposare la sua donna. Si imbatté in un muro insormontabile. Per 3 anni tentò invano di convincere i giudici. Poi non gli restò che andar via. Scelse Firenze dove sapeva che i Lorena gli avrebbero consentito di vivere tranquillamente. E infatti i suoi figli, benché illegittimi, ottennero un riconoscimento. Poi, quando il Benloch, nel 1830, morì, Stanislao potè sistemare ogni cosa con regolare matrimonio. Fu in quegli anni che il principe polacco mise gli occhi sulla campagna livornese per una serie di corposi investimenti. Acquistò subito un piccolo podere “posto in località Acquaviva”, che è l’attuale “Villa Letizia”.
Poi nel 1824 comprò un’immensa fattoria composta di 25 poderi, uno dei quali, il più importante, con casa padronale e chiesa. La villa chiamata oggi Maurogordato. Là si concluse, dopo la sua morte, nel 1847, la lunga tortuosa vicenda del principe cattolico che per amore di una donna aveva disobbedito al Papa: quando il granduca Leopoldo elevò i due figli”adulterini”, Carlo e Giuseppe, al rango di Principi di Monterotondo, attribuendo loro come feudo la tenuta paterna.
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