La protesta
Mariana, attrice e mecenate con l’eredità crea un teatro
E là dove c’erano supermercati e magazzini ora c’è un centro culturale
LIVORNO. Là dove c’erano un magazzino mezzo abbandonato, un supermercato, un negozio di elettronica, ora c’è un teatro, 150 posti. Una sfida vinta. E dietro questo sipario immacolato e di un rosso splendente, una storia di generosità e impegno, quasi una favola. «Chiudono teatri e cinema per far posto ai centri commerciali, noi abbiamo fatto l’opposto”. “Noi” sono tutti quelli del Vertigo che hanno lavorato un anno come pazzi per mettere su questo nuovo spazio ma dal punto di vista economico quel “noi” è soprattutto lei, la “mecenate”, come l’ha definita commosso Marco Conte, anima del Vertigo, all’inaugurazione. Finanziatrice speciale che comunque non ha snobbato tuta da lavoro, casco e calcina quando c’erano da stringere i tempi.
Una signora minuta, capelli rossi e grande sorriso, nata a Londra ma presto sbarcata a Livorno, babbo inglese e mamma italiana. È Mariana Kellond, che fa una delle sue buffe smorfie, quelle che sulla scena la rendono irresistibile, quando si sente definire mecenate, orgogliosa e al tempo stesso imbarazzata. Lei è una che ama la semplicità, vive soprattutto nel grande salotto dell’appartamento che si affaccia sul mare a Antignano, con i vetri che tremano quando c’è libeccio, gli oggetti e i libri, i colori, che si mescolano nella geniale confusione delle case abitate da spiriti liberi e colti. Potevano mancare i gatti? Sono due, e si accoccolano sul pianoforte. E poi le foto, tante foto, di chi non c’è più e le sue, foto legate a questa grande passione per il teatro che l’ha portata a finanziare il progetto di un teatro tutto nuovo mettendo a disposizione dell’associazione Vertigo una sostanziosa parte di quella che lei non vuole chiamare eredità ma “dono”, «il dono che mi ha lasciato mia sorella Francesca, morta a soli 57 anni, una donna stupenda che amava tutte le forme di arte».
Mariana Kellond, la mecenate, come appunto l’ha definita commosso Marco Conte, anima del Vertigo, all’inaugurazione del nuovo teatro, è convinta di aver fatto la cosa più naturale del mondo. Mettendo a disposizione dell’associazione Vertigo una sostanziosa parte di quella che lei non vuole chiamare eredità ma “dono”, «il dono che mi ha lasciato mia sorella Francesca, morta a soli 57 anni, una donna stupenda che amava tutte le forme di arte».
«A me bastano i soldi per vivere bene, coltivare i miei tanti interessi. Ma i lussi non hanno mai fatto parte della mia vita, le cose inutili, le apparenze - spiega Mariana - . La gente si stupisce, mi chiede cosa ci guadagno. Non ci guadagno soldi, e questo quasi insospettisce. Perché il mio “guadagno” è spirituale, è dimostrare che ci si può credere, si può investire in cultura e in genere in imprese che vadano a vantaggio della collettività. Non può immaginare la gioia che mi dà aver fatto questo, aver visto crescere giorno dopo giorno il progetto . Lo so che non è un modo di pensare molto diffuso, ma io sono stata educata così, a dar valore alle cose che contano davvero».
E non è un caso che Mariana sia stata per anni una socia del Wwf «e anche con il mio stipendio di insegnante di inglese trovavo sempre il modo di fare delle donazioni».
Vabbè il Wwf, l’ambiente, gli animali. Ma un teatro, tutto nuovo e di 150 posti, mentre ne chiudono a centinaia. Una pazzia? Forse sì, ma Marco Conte è felice di poter andare controcorrente:
«A giudicare dalla situazione italiana e delle considerazione in cui è tenuta la cultura in Italia oggi forse sì, siamo folli, ma quando l’altra sera all’inaugurazione abbiamo visto le facce felici del nostro pubblico, i nostri allievi, beh, abbiamo capito che non era una pazzia ma un sogno che si realizza. E a realizzare questo sogno Mariana ha contribuito, oltre che finanziariamente anche con il cuore». Le “facce” anche Mariana ha potuto vederle dal palcoscenico, pure lei in scena per il gran debutto, e si commuove solo a ricordarle. Gli occhi umidi che l’hanno commossa di più? «Quelli di Enzina Conte, che era seduta in prima fila. Una grande attrice, tra le poche rimaste, capace di tramandare il vero significato del teatro come lo intendo io, una grande maestra».
Ed è proprio grazie a Enzina che nasce l’amore che legherà per tutti questi anni Mariana al Vertigo. «Ho fatto il corso con lei al Vertigo, mi sono diplomata e sono rimasta nel giro. Piano piano ho cominciato a fare anche cose mie, e poi ho portato avanti il progetto dell’insegnamento dell’inglese attraverso il teatro. Tante soddisfazioni ho ricevuto dal Vertigo e mi sentivo quasi in debito...». Un regalo grande, questo, che Mariana ha fatto anche alla città. «Una città piena di talenti - dice Marco Conte - che anche operazioni come queste possono rilanciare, perché abbiamo molte potenzialità ma non sappiamo metterci in campo».
Una città che Mariana ha eletto come sua in tutto e per tutto. «Sono arrivata qui a tre anni, mio padre era ingegnere navale e mio zio lo chiamò a lavorare qui in un suo cantiere. Torno spesso in Inghilterra ma sono una livornese. Magari un po’ british». Sul tavolino del salotto non mancano infatti té e biscotti. Inglesi naturalmente. E al muro, oltre a giganti riproduzioni di quadri di Monet, campeggia l’Union Jack, la bandiera inglese. Una tv, ma «la guardo poco e scelgo. Non la demonizzo per carità, ma credo che bisognerebbe dedicare più tempo a quelli che erano i linguaggi culturali di una volta, la vera cultura umanistica. E niente come il teatro secondo me è stato capace per secoli e secoli di dare lezioni di vita e di filosofia. L’era telematica sta spazzando via tutto, i mostri sacri del teatro e della letteratura scompaiono e si rischia davvero il vuoto».
Anche gli amici Mariana li sceglie con cura: «In questi ultimi anni la mia famiglia, i miei genitori e mia sorella, è di fatto scomparsa, è stato dolorosissimo, avevamo un rapporto speciale. Gli amici mi hanno aiutato molto. Difficile trovare persone con il mio spirito? No se si frequentano gli ambienti giusti. Come il teatro per esempio».
Un personaggio speciale Mariana con questo mix di livornesità e stile anglosassone. Piena di cose da dire, da raccontare, da inventare. «Ecco, io ero un po’ un personaggio in cerca di autore. Nel senso che amavo il teatro, mi ero innamorata prima di Eduardo e poi di Pirandello. A Livorno ho trovato il mio palcoscenico. »
Tra i suoi miti, oltre a Eduardo e Pirandello, ci sono Salemme e Michael Frayn (a alle pareti ci sono tante foto che la ritraggono con questi sue due idoli). Di Frayn ha messo in scena insieme a Marco Conte “Rumori fuori scena”. Uno dei tanti suoi lavori, sia come regista che come attrice. Tra i suoi cavalli di battaglia anche 39 scalini, tratto dal romanzo di John Buchan, un virtuosismo teatrale, una storia mozzafiato con circa 40 personaggi e solo 4 attorila regia.
Testi di sapore e umore diverso, dove lei dove passa con disinvoltura dai panni della barbona a quelli della cameriera pasticciona.
Tra i suoi motivi di orgoglio c’è anche il Kits Kellond English Active Theatre System, i corsi che si propongono lo studio dell’inglese attraverso il teatro, anche alla British School dove insegna da sempre. E poi scrive Mariana: poesie e scenette umoristiche. Sorriso sempre pronto, che si fa un po’ incerto quando ricorda i suoi cari, in particolare sua sorella Francesca. «Era venuta a vedermi recitare quando già la malattia le lasciava poco da vivere. Era entusiasta. Non potevo immaginare un modo migliore per usare quel denaro che lei ha voluto lasciarmi».
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