Gioco
Industria metalmeccanica in 800 rischiano il posto
L’allarme della Fiom: i giovani pagheranno lo stop all’uscita dei lavoratori verso la pensione. Nasce un comitato. «Chiederemo conto a chi appoggia Monti»
di Mauro Zucchelli
LIVORNO
«Nell’industria metalmeccanica del nostro territorio si perderanno 800 posti di lavoro nei prossimi due anni». Non potrebbe essere più tremenda la diagnosi di Enrico Pedini, numero uno della Fiom Cgil: «E sia chiaro che non lo dico per pessimismo ma per la drastica riduzione dei volumi produttivi (meno 25%), della fine di una serie di ammortizzatori sociali, della mancanza di ogni e qualsiasi alternativa. E senza mettere nel conto quel che potrebbe accadere al polo siderurgico di Piombino». La situazione più difficile? La Magna. E poi: non decolla la De Tomaso (con gli ex Delphi), l’Inalfa è chiusa da marzo, alla Mtm-Brc sono in cassa integrazione tutti gli addetti a tempo indeterminato. Unica eccezione: Azimut Benetti.
Il leader Fiom segnala che «nelle grandi imprese gli esuberi diventano strutturali e rischiano di schizzare a 400-550». A rischio licenziamento anche chi è a tempo indeterminato: il massacro sociale di interinali e indotto è già avvenuto in precedenza.
Anziché consolidare i barlumi di ripresina, – avverte Pedini – è avvenuto l’esatto opposto e da settembre è un susseguirsi di piccole aziende che, in mancanza di commesse, hanno prima utilizzato la cassa integrazione in deroga e ora rischiano di ritrovarsi senza più nessun paracadute sociale: «Sono decine di piccole aziende, se spariscono sono come una fabbrica da 300 posti ma non fanno rumore».
Pedini dice chiaro e tondo che «questa è una polveriera sociale»: anche perché «stiamo parlando di gente in carne e ossa, che magari si quella busta paga ha costruito una famiglia e un mutuo casa». Non solo: gli accordi per le ristrutturazioni aziendali quasi sempre si fondano sulla possibilità di accompagnare alla pensione i lavoratori più anziani («non sono mica baby pensionati ma gente che è entrata a lavorare a 16-17 anni e ha lavorato per quasi 40»). Se viene meno questa possibilità di gestire le crisi, finirà che le aziende scaricheranno ogni tensione sui lavoratori più giovani.
Dalla rabbia di questi lavoratori – dicono dal quartier generale Fiom Cgil – sta nascendo un comitato: sono prigionieri in questo limbo senza lavoro né pensione. Andranno dalle forze politiche che sostengono il governo Monti, «a cominciare da quelle di centrosinistra». A fare cosa? «A chiedere conto – dice Pedini – di questi provvedimenti che non affrontano le cause della crisi e fanno semplicemente pagare ai lavoratori il prezzo più salato di una crisi di cui non hanno responsabilità».
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