Così erbacce e rovi assediano la torre
Ecco la Ceschina: oltre 4 ettari di bosco tra villa Letizia e il viale Italia. Circa 5mila metri potrebbero diventare edificabili
LIVORNO. Da quassù si capisce benissimo perché l’hanno chiamata Torre del Belvedere: il mare sembra saltarti in braccio insieme agli scogli dell’Accademia, il moletto di Ardenza, le cabine dei Pejani e dei Fiume.
Quelle, nell’Ottocento, non si vedevano. Ma si vedeva il parco, tale e quale a ora. Immenso: 42mila metri quadri. Il polmone verde che non ti aspetti sotto al marciapiede del viale Italia. Il verde è fitto e copre, anche dall’alto, le piste dell’ippodromo.
Per arrivare in cima alla torre bisogna arrampicarsi sulle impalcature: le scale interne sono fuori uso, gli stucchi alle pareti si stanno sgretolando, il soffitto è diventato una voliera per tortore. Intorno c’è una gabbia per tenere in piedi la torre, con un grande pannello che la fa sembrare ancora bella.
La vecchia portineria di villa Letizia - all’angolo tra viale Italia e via dei Pensieri - è forse l’unica cosa che i livornesi conoscono del parco della Ceschina. L’unico elemento familiare, che si fa notare oltre il muro di cinta. Perché quello che c’è al di là dei cancelli - sono tre, davanti al Pick bar, alla Vela e all’interno di villa Letizia - non lo sa quasi nessuno.
A dirla tutta non è familiare neppure il nome Ceschina: dopo l’acquisto dell’area da parte del Comune (1998), è tornato alla ribalta (con tanto di gruppo Facebook) quando la politica ha dovuto chiedersi come salvare e rilanciare l’ippodromo (a rischio chiusura come le altre strutture italiane) guardando oltre il confine delle piste.
In molti, complici le lapidi piazzate ai lati dell’ingresso principale, vedono la Ceschina come il parco di villa Letizia. In realtà le due aree sono separate da una recinzione alta circa tre metri e da una cancellata. È da qui che entriamo, prendendo in prestito la chiave di uno dei tecnici dell’ufficio giardini e manutenzione che ci fa da guida dentro al bosco.
L’effetto, passando dalla villa, è quello del “prima e dopo la cura”: da una parte un orto curato con tanto di cartellini bianchi a identificare le diverse specie di piante, dall’altra una pineta inaccessibile.
Altro che giardino segreto nella versione del regista Holland. Dando spazio al romanticismo salterebbero fuori vecchie altalene, rose, pettirossi.
Certo si sente il mare e con il passare delle stagioni, racconta il custode, arrivano more, fagiani e funghi. Ma qui, salvo piccoli interventi, nessuno muove foglia da mezzo secolo.
Se non fosse per i pochi viali interni che portano alle uscite sarebbe impossibile attraversare la pineta: lecci, tamerici, olmi, erba alta e rovi dappertutto. La vegetazione fa muro e si difende. Oltre i rovi si intravedono le due aree dove il Comune vorrebbe autorizzare la costruzione di edifici fino a 5mila metri quadri. C’è ancora da capire quando, come e per farne cosa.
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