Toscana
Sono un frate rap, mi piace essere il giullare di Dio
Giulio Corsi
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Lui dice di no, dice che in un'altra epoca non sarebbe stato tacciato di eresia. Anzi si paragona a San Filippo Neri, uno dei santi più bizzarri nella storia della Chiesa, inventore dell'oratorio e ribattezzato dall'agiografia "buffone di Dio" per i suoi modi perennemente ridanciani. Padre Maurizio De Sanctis, frate passionista, frate ballerino, frate sportivo, frate animatore, frate rap, parroco da due anni a Livorno, conosciuto nel mondo, in tutto il mondo, come padre Nike, una mezza ammissione la fa: «Posso sembrare eretico ma è solo apparenza. Come era apparenza la follia di San Filippo che nascondeva la sua santità sotto il suo aspetto burlone. Io mi sento come lui, vivo i valori della Chiesa in profondo. E se il mio io ama sorridere e sa trasmettere agli altri questa gioia, è un dono di Dio, non un peccato». Apparenza ed essenza. Simpatia e antipatia. Amore e odio. Ortodossia ed eresia. Padre Nike per il pubblico è questo. È manicheismo puro. O rosso o nero. Uno che spacca l'opinione pubblica, cattolica e non. Che attrae e divide. Attrae in chiesa centinaia di persone ogni domenica («abbiamo una media di 1500 ostie al mese, un confessore sempre a disposizione, 500, 600 persone a ogni adorazione e abbiamo credenti di tutte le parrocchie della città che vengono fin qui per vivere la nostra messa», racconta snocciolando dati da trimestrale di una società quotata) e calamita sui suoi modi da villaggio Valtur più che da vecchio curato accuse pesanti su Facebook e su YouTube. Anche se lui, vecchio curato non lo è e forse non lo sarà mai, neanche col passare degli anni. Anzi in qualche modo la sua evoluzione anagrafica la disegna già oggi da solo, a 46 anni, scherzando sul suo profilo Facebook. «Alla data di nascita ho scritto 1930: ce lo vedete oggi un prete di 82 anni fare una spaccata o una piroetta davanti al sagrato? Pensi, in uno dei primi titoli di giornale che mi dedicarono mi chiamarono il Fiorello della canonica e la cosa mica mi turbò». Anche perché lui Fiorello lo conosce bene e c'ha lavorato pure insieme. «Facemmo uno spettacolo io e lui a Foligno, nel 1999, per i terremotati dell'Umbria. Andammo in scena senza scaletta davanti alle telecamere Mediaset. Fu un divertimento unico». AL COSTANZO SHOW Mai parola come pubblico fu più appropriata per padre Maurizio, che da un altro Maurizio, Costanzo, si è fatto un bel po' di notorietà: «Per un anno sono stato ospite abituale del suo show ed è lì che ho conosciuto tra gli altri Fiorello. Jovanotti invece l'ho conosciuto attraverso il fratello che era parte di un gruppo di preghiera». Ma le star e i vip che annovera tra amici e conoscenti sono tante: Giorgia, gli Articolo 31, Bud Spencer. L'ultimo, Giuliano Ferrara, che gli ha aperto la strada per un libro che uscirà presto per Mondadori. La sua capacità di comunicare, la sua voglia di comunicare, il suo piacere estremo nel comunicare gli hanno attirato l'accusa di esibizionismo, egocentrismo, anche di vanità. «Ma via - replica lui - è il Signore che ci ha chiesto di annunciare, di stupire. I pastori che vanno a Betlemme si stupiscono. E poi raccontano ciò che hanno visto, e raccontando meravigliano il mondo. Se un prete non sa più stupire, significa che non riesce più a vivere la sua missione». E poi continua: «Prendiamo il caso del bambino adottato dalla parrocchia. Ho avuto inviti da tantissime trasmissioni nazionali, dall'Italia sul 2 ai Fatti Vostri, ma ho detto no a tutti. Ferrara ha dedicato una puntata di Radio Londra in prima serata su Rai Uno all'episodio. Se voglio riflettori ne ho quanti mi pare, ma non m'interessano. Ma al sindaco Cosimi chiedo che vangelo legge? Gesù tanto silenzioso non è mai stato, soprattutto con gli scribi e i farisei, razza di vipere. Non è un caso che il vescovo non abbia fatto altro che ringraziarmi. Abbiamo salvato una vita, è un gesto per cui festeggiare, da raccontare, da imitare». Attrae e divide, padre Maurizio. Da sempre. Riempie di giovani la chiesa di San Flaviano a L'Aquila, la rende un regno di chitarre, musica e preghiere, e poi viene rimosso (secondo qualcuno per punizione, secondo lui su richiesta) dopo aver raccontato di aver visto una statua del Cristo sanguinante. Fa ballare qualche migliaio di fedeli che lo guardano tra ammirazione e stupore in saio, scarpe da tennis, occhiali da sole e capelli lunghi mentre salta con un microfono in mano su un palco di Medjugorje e poi si ritrova a dir messa a poche anime, viceparroco della piccola di Castiglioncello e Quercianella. LE DONNE E LA DANZA Prima di prendere i voti ama le donne, la danza, vince il concorso di ammissione alla Scala, e poi proprio a Medjugorje, nel suo primo passo da pellegrino, scopre Dio, scopre la fede, sente la chiamata e rinuncia a tutto per entrare in convento. «Una scelta drammatica: la passione per la danza era esplosa alle scuole medie nonostante mio padre fosse contrario e dicesse che era roba da donne. Ma mia sorella mi aiutò e convinse i miei genitori ad iscrivermi a una scuola pescarese. Poi arrivò una ragazza, il viaggio a Medjugorje, l'incontro con Dio e ancora dopo il concorso vinto alla Scala. La scelta fu difficilissima, tremenda: il convento significava rinunciare alla danza, a tutto. Scelsi quello e oggi ne sono fiero». Attrae e divide, padre Maurizio. Si prende lettere di incoraggiamento dai vertici vaticani («ne conservo ancora una bellissima del cardinale Fagioli, oggi scomparso, allora segretario della Congregazione in cui mi si invitava ad andare avanti») e poi parla poco, pochissimo con gli altri parroci della sua città («abbiamo un incontro una volta al mese, ma non li conosco bene, non riesco mai ad incontrarli, a parte quello di Sant'Agostino e di San Jacopo»). Dice che gli dispiace questa difficoltà di contatti con le altre parrocchie. Ma poi se gli chiedi se gli altri preti possano dispiacersi che qualche loro parrocchiano emigri alla Rosa, risponde senza remore: «Non mi interessa». A Livorno don Maurizio è arrivato nel 2010. Prima, due anni come viceparroco tra Castiglioncello e Quercianella. Di purgatorio per alcuni, dopo che a L'Aquila aveva gridato al miracolo per aver visto una statua del Cristo sanguinante, uno degli episodi più controversi della sua storia in saio. «E pensare che sono allergico a questi fenomeni: immagini sacre che piangono, che sanguinano non mi sono mai piaciute - racconta -. Da uomo di scienza le ho sempre viste come momenti di isterismo pericolosi. Quando accadde la storia del vescovo di Civitavecchia e della madonnina non vi dico quanto dentro di me risi. E invece fu proprio a quel vescovo che telefonai quando dai segni delle piaghe di un Sacro Cuore di Gesù, nella mia chiesa a L'Aquila, vidi sgorgare sangue. Prima pensai a uno scherzo, a della vernice messa lì dai ragazzi. Poi capii che non era così. Mi dispiacque molto che il mio vescovo non volle prendere in considerazione quella storia. E allora portai ad analizzare quel liquido, e le analisi dissero che era sangue. Ma dato che la Chiesa non volle andare oltre, seguii il consiglio del vescovo di Civitavecchia che mi richiamò all'ordine. Ma dentro di me interpretai quel segno e me lo porto ancora dietro». IL TRASFERIMENTO PoI arrivò il trasferimento in Toscana. «Ma chi dice che fu una punizione sbaglia: chiesi io di trasferirmi perché dovevo seguire un corso di psichiatria a Pisa». Solo malelingue come tutti quelli che criticano i suoi modi? «Io la chiamo antipatia legata all'invidia. Sul mio profilo di Facebook ho scritto una frase non molto cristiana: meglio l'invidia che la pena. Credo che chi critica in maniera troppo negativa lo faccia solo per invidia. Io vivo solo con entusiasmo la mia scelta e il mio stare tra la gente. A Livorno gli anziani del quartiere mi hanno accolto come un figlio, i giovani come un fratello. Ho benedetto case di atei a cui non ho imposto la fede ma con cui ho iniziato un dialogo. Non dovrei essere felice?».
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