Sicurezza
A 103 anni barricato nella casa che crolla
Giulio Corsi
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LA TRAVE CADUTA. Una stanza della palazzina Per tutta la giornata sfida carabinieri, vigili e pompieri: «Voglio morire qui». Poi cede
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LIVORNO. Ha attraversato due guerre e nella seconda ha perso la moglie, uccisa a soli 33 anni dai soldati tedeschi. Ha cresciuto due figli e ne ha visto morire uno appena quarantenne. Ha visto morire anche la seconda moglie. Ma a 103 anni Otello Bellagotti, Otello Piero Bellagotti come sottolinea lui col puntiglio del preciso e il vocione del combattente, ha ancora forza di lottare e motivi per soffrire. L'ultimo dramma è quella casa piena di crepe e calcinacci in cui abita dal 1956 e che per niente al mondo vorrebbe lasciare. Quel solaio crollato per il quale è stata emessa un'ordinanza urgente di evacuazione. Quella schiera di carabinieri, vigili, pompieri alla porta dietro a cui lui si barrica seduto sulla carrozzina urlando: «Andate via, voglio morire qui». Una storia drammatica, di solitudine, dolore, ricordi, affetti familiari che non ci sono più e rapporti familiari distrutti da caratteri forti e liti continue, che si dipana lungo tutto un sabato di sole, ad appena cento metri dal viale Italia e dalle migliaia di persone felici che passeggiano con carrozzine e bambini in braccio. Lì, in via Meyer numero 30, di fronte all'entrata del deposito Atl, c'è la palazzina di Bellagotti, classe di ferro 1909, 103 anni da compiere il 23 settembre. È mattina quando arrivano i vigili del fuoco insieme ai carabinieri e ai volontari della Misericordia. «La casa è pericolante, bisogna che la lasci», cercano di convincerlo. Ma la diffida non basta. Non basta alle forze dell'ordine per costringerlo a lasciare l'appartamento, non basta a lui per convincersi. La trattativa è appena agli inizi. Bellagotti in un primo momento parla con tutti: militari, vigili urbani, pompieri, protezione civile, volontari. «Elena apri», ordina col piglio di un generale alla giovane badante rumena che vive con lui. La donna esegue. Ognuno cerca di convincerlo che è il caso di abbandonare l'abitazione. Il Comune gli trova un posto alla casa di riposo Pascoli. Gli offrono visite in ospedale, cure, caldo. Ma niente, lui non molla. Mostra l'atto notarile con cui nel 1956 aveva acquistato quella bella palazzina, ex casa del fascio di 14 vani e 300 metri quadrati. Costo un milione e 400mila lire. E ribadisce: «Perché dovrei andarmene?». Il perché lo dice lo stato disastrato in cui versa quella casa: una stanza piena di calcinacci, il solaio crollato, una trave che ciondola in aria come un'altalena. E poi muri aperti da crepe, intonaco ovunque. Arriva il figlio, ottantenne. Ingaggia col padre una lite furiosa e se ne va. Niente da fare. I carabinieri lasciano il posto alla polizia municipale, i vigili del fuoco intanto mettono i sigilli a una saracinesca accanto al portone della palazzina. È un'altra entrata dell'abitazione. Il sole cala. Viale Italia si svuota, in via Meyer i lampeggianti di un'ambulanza e delle auto dei vigili restano accesi. Si tratta ancora. Bellagotti si stufa. Decide che non c'è più niente da dirsi e fa accomodare tutti fuori. «Questa è casa mia, signori andatevene». Si piazza davanti alla porta con la carrozzina, come un guerrigliero. Nel frattempo il vicesindaco Bogi firma un'ordinanza urgente per l'evacuazione. L'atto decisivo per costringere il centenario a lasciare la casa. Ma i vigili, guidati dal comandante Lenzi e col supporto del dirigente ai servizi sociali Bencini, sanno che non può bastare. Perché una volta sulla soglia non possono costringere Bellagotti ad andare in una casa di riposo. E allora l'opera di convincimento prosegue ancora a lungo. «Voglio morire qui», ripete per ore romantico, triste, rabbioso, forte, disperato. Fino alle 22 quando cede e accetta il trasferimento al Pascoli.
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