Il Tirreno

Livorno

Omaggio a Caproni, l'animadi Livorno in punta di lapis

Mauro Zucchelli
Omaggio a Caproni, l'animadi Livorno in punta di lapis

Oggi è il centenario della nascita del grande poeta, che diventò scrittore di versi (come raccontava lui stesso) "quasi per caso". Era legatissimo alle radici, ma nei modi era assai poco labronico

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LIVORNO. Una voce limpida e mite, quasi sussurrata: cos'ha a che fare Giorgio Caproni, poeta livornese così poco livornese, con l'identikit che noi di qui abbiamo di noi stessi? Eppure le radici labroniche sono un elemento per nulla secondario nel paesaggio lirico di questo che è stato uno dei maggiori poeti del '900.
Bisognerà cominciare a chiederselo: per lui, come per statisti come Carlo Azeglio Ciampi, per filosofi come Nicola Badaloni, per storici come Furio Diaz, per rabbini come Elio Toaff, per campioni come Armando Picchi, per scienziati come Federigo Enriques (e, se vogliamo, pure per cineasti come Virzì...).
All'antevigilia del giorno in cui cade il centenario della nascita (oggi), il Comune ha annunciato che Livorno dedicherà a Caproni il 2012. Soprattutto con una doppia iniziativa: da un lato, nelle prossime settimane la consegna al Comune di Livorno di due violini che sono appartenuti al poeta (un "Maline Pere", produzione transalpina della seconda metà dell'Ottocento, e un "Tedesco", che risale agli inizi del secolo scorso); dall'altro, il "Caproni festival" per riallacciare ai luoghi della città l'immaginario petico di Caproni.

DENTRO LA MEMORIA Non giriamoci intorno: è Genova la città in cui Caproni diventa adulto (fino al definitivo trasferimento a Roma nel '45 a guerra finita, dopo un assaggio di qualche mese nel '38). Eppure - come ricorda il prof. Lorenzo Greco, docente dell'università di Pisa e dell'Accademia navale - «ho ancora nell'orecchio le sue telefonate con quell'accento livornese che aveva conservato». Ma è lo stesso Caproni che, in una intervista-confessione in tv del '65 a una trasmissione cult come "L'approdo", parla di «due città dell'anima»: «Ma Livorno - aggiunge Greco - è un ricordo scolpito: è la memoria, mai oleografica, mai di maniera. E' a Livorno che ricerca l'infanzia perduta ma anche l'occasione per simboli poetici fondamentali».
Il riferimento, per dirne uno, è alla Dogana d'Acqua: oggi c'è l'ipotesi di quel che sarà (un polo high tech) ma al presente è solo un niente vuoto. Invece negli anni di Caproni bambino livornese - è l'argomentazione di Greco - erano «allora barriera, colonna d'Ercole oltre la quale non c'erano che sterpi e paludi. E guarda caso il tema del confine, della soglia-porta oltre la quale c'è l'ignoto Nulla è assolutamente centrale nell'opera di Caproni». I violini non sono soltanto un cimelio: Caproni nasce musicista prima che poeta. L'aveva ammesso lui stesso di esser diventato poeta «quasi per caso»: prima di scrivere poesie e fare traduzioni - compreso Celine che pure sembrerebbe così lontano dalla misurata pacatezza di Caproni - suonava nelle opere a Genova come violino di prima fila. «Studiavo composizione e avevo bisogno di metter parole nella musica: le prendevo dal Tasso, ad esempio. Finché mi sono detto di provare a scrivermele da solo: poi è sparita la musica ed è rimasto il vizio di scrivere. Un romanzo? Sono troppo pigro».

I RUMORI DELLE PAROLE Balle, non era la pigrizia il problema bensì la precisione asciutta della parola: «Bisogna risparmiare al massimo il rumore della parola», dirà prima di andarsene. Ma mantenendo l'attenzione a parole in cui ritrovava non solo il fascino discreto dell'amarcord d'infanzia ma anche la potenza espressiva dell'uso quasi vernacolare, spiazzante, non omogeneizzato nella neo-lingua tv.  L'aveva confidato al nostro Aldo Santini, chiedendogli conto se a Livorno si dicessero ancora come come «nisba» o come «t'hanno detto steccolo». Con quel gusto del paradosso linguistico che è così livornese e anche, sia detto, così "capronese": «Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua dove non fui mai». E' copiando da Caproni il "Biglietto lasciato prima di non andar via" che il vescovo Coletti salutò i livornesi partendo per la nuova destinazione (Como). E qui casca l'asino dell'ennesimo "eppure": già, perché proprio la nitidezza della parola l'aveva portato in alto mare, senza polemiche esplicite contro le avanguardie novecentesche ma lontano dagli sperimentalismi. Colpa forse dell'esser rimasto con i piedi nella quotidianità della propria scuola elementare romana, zona Monteverde: in una classe di ragazzi di strada, senza atteggiarsi a maestro di frontiera. Figurarsi che ai figli aveva perfino vietato di far sapere che scriveva libri di poesie: l'aneddotica familiare insiste sull'episodio della moglie di Bertolucci, prof di uno dei figli, che lo chiama per dirgli che in classe suo figlio l'aveva rinnegato («no, non è un poeta»).  Tutto questo legame eppure - ancora un "eppure" - Caproni, salvo far capolino in corso Amedeo alla ricerca della sua casa di bambino, da un certo punto in poi girerà al largo dalla tentazione di tornare a Livorno. Il motivo? Ha provato a diagnosticarlo Claudio Frontera, allora presidente della Provincia, in un convegno del 2001: «Un po' per i casi della vita e un po' per paura di trovarla troppo diversa da come la ricordava».


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di Redazione web