Il Tirreno

Livorno

"Le mie città del cuore"Il pezzo di Caproni per "Il Telegrafo"

"Le mie città del cuore"Il pezzo di Caproni per "Il Telegrafo"

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Questo articolo fu scritto da Giorgio Caproni nel 1976 per il nostro giornale (che allora si chiamava "Il Telegrafo")

Son targato Livorno 1912. Ho già fatto i miei bravi chilometri dunque. Ma ho poco da raccontare. I fatti privati restano privati: dirò soltanto che mi sposai nel ’38 e che ho due figli: Silvana e Mauro. Gli altri sono i fatti che hanno investito intera la mia generazione, a cominciar dalla guerra, nella quale sono nato e cresciuto e che dopo aver gravato plumbea sulla mia infanzia e giovinezza, ho direttamente sofferto (e anche combattuto) dal ’39 alla Liberazione. Parlerò quindi più che di fatti di luoghi: di luoghi che secondo me, insieme con la guerra e il resto, hanno lasciato tracce nel mio carattere e qua e là nei miei versi: e non davvero come elementi pittorici, ma anch’essi come laterizi (o metafore) di quell’umana condizione che ho sempre cercato di esprimere.

Oggi la “mia” Livorno di allora mi appare con la sua immensa piazza Carlo Alberto o Voltone, e i suoi larghi rettilinei Fossi e canali, solcati da lunghi e silenziosi becolini neri — una città malata di spazio: troppo grande, cioè, per lo sperduto bambino che ero, e per il non folto numero degli abitanti, pur se vivacissimi, questi, e pronti al tumulto e alle sparatorie: una Livorno ciana e scamiciata, specie dalle parti del porto, coi Quattro Mori incatenati che mi colpivano d’angoscia, o da quelle del Gigante dove il maestro Melosi, sadicamente, si divertiva a farmi piangere sul De Amicis; ma anche una Livorno gentile nel suo liberty, del quale resta un delicato esempio, l’Acqua della Salute, di Corso Amedeo dove nacqui, accanto al Cisternone e al piccolo zoo del Parterre, ricordo soltanto gli animali chiusi in gabbie, forse perché il mistero degli animali mi ha sempre affascinato; mentre ho ben vive in mente le mattonelle bianche e nere in Via De Larderel, e la formosa “donna” di cartone nero, senza testa né braccia né gambe, che a mia madre Anna Picchi, “finissima” sarta, serviva per le prove.

Erano i tempi in cui mio padre Attilio, ragioniere, le domeniche ci portava con mio fratello Piero agli Archi, in aperta campagna, o — se d’estate — ai Trotta o ai famosi Pancaldi, quando addirittura, un po’ in treno un po’ in carrozza, non ci spingevamo fino alla tenuta di Cecco. Finché, dopo il richiamo alle armi di mio padre, non capitombolammo in via Palestro, in coabitazione con la bellissima e contegnosissima Italia Pagni nata Caproni e suo fratello Pilade, massone e bestemmiatore di professione, barbiere dirimpetto allo Sbolci, arcifamoso fra gli scaricatori per i suoi fuminanti ponci al rhum. Anni duri in cui non ancora decenne vidi ammazzare la gente per strada, che nel ’22, nata mia sorella Marcella, si conclusero con un definitivo trasloco a Genova, mia vera città.

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