Il Tirreno

Livorno

Il dossier dell’ente camerale: gli ambulanti sono in incremento più che altrove

Meno fatturato, più negozi

Mauro Zucchelli
Un negoziante abbassa la saracinesca della propria bottega in centro
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Un negoziante abbassa la saracinesca della propria bottega in centro

Niente lavoro in enti pubblici e fabbriche: è l'unico sbocco

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 LIVORNO. C'è qualcosa che, almeno al primo sguardo, sembra non quadrare nella dinamica di crescita (numerica) dell'imprenditoria commerciale: il settore non fa altro che gridare di essere in crisi nera, tutti i "termometri" che misurano la febbre della congiuntura dicono che il commercio livornese nuota in cattive acque da anni. Eppure aumenta il numero delle imprese in questo campo.  L'anagrafe delle aziende - messa nero su bianco nel "Registro" tenuto dalla Camera di commercio - racconta che alla fine del giugno scorso nel commercio si contavano 8.257 imprese attive. «Con un aumento tendenziale superiore nel confronto con quello toscano e nazionale», viene sottolineato nel dossier che l'ente camerale ha dedicato all'analisi dell'economia provinciale.  Il morso della crisi addenta soprattutto le piccole botteghe di quartiere? Eppure proprio la ricerca firmata Cciaa rileva «la crescita numerica degli esercizi di vicinato, la decrescita delle medie strutture di vendita» mentre invece la grande distribuzione resta inchiodata allo stesso livello di dodici mesi prima.  C'è anche un altro tassello del puzzle che merita di finire sotto la lente: le ditte cosiddette "non in sede fissa", cioè le realtà a vario titolo catalogabili come ambulanti, rappresentano «il 19,5% del totale». In crescita, visto che la "fotografia" dello studio camerale parla di «mezzo punto percentuale in più rispetto alla prima metà del 2010». Anche in questo caso la dinamica qui da noi è ben più marcata che altrove: nella nostra provincia il commercio ambulante cresce del 4% (in Toscana arriva tutt'al più al 3,5% e nel resto d'Italia raggiunge a malapena il 2,8%).  Quest'identikit spiega un po' del paradosso iniziale. Così com'è accaduto negli anni della ristrutturazione del sistema pubblico di grandi fabbriche che caratterizzano il nostro territorio, anche stavolta il bisogno di occupazione che non trova sbocco nel lavoro dipendente, soprattutto operaio, non ha più neanche la speranza di cercare un posto all'ombra del pubblico impiego. Risultato: per chi non si rassegna a rimbalzare da un lavoricchio precario all'altro, non c'è che la possibilità o di fare la valigia o di buttarsi nel commercio. In particolare, tentando l'avventura in situazioni con bassissimi capitali d'avvio: magari raggranellati fra la liquidazione del babbo e la pensione della nonna. Solo che quest'ingranaggio accentua proprio quello che da sempre è ritenuto un elemento di debolezza della nostra rete commerciale: un pulviscolo di microditte con pochissimo ossigeno finanziario nei polmoni e una struttura aziendale ridotta al minimo.

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di Redazione web