Gioco
«Il bando pare adatto ad Alfea ma sarà deserto»
Juna Goti
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LIVORNO. «Se qualcuno non se ne fosse accorto, l'ippica è chiusa: tutti gli ippodromi italiani sono fermi. Non lo dico io, ma la logica: il bando di gara per gestire il Caprilli andrà deserto». Dall'altra parte della cornetta c'è l'ex assessore allo sport e storico direttore delle piste da corsa livornesi, Attilio D'Alesio. Parla in qualità di presidente del Coordinamento degli ippodromi italiani, che da tempo si batte per salvare il mondo dell'ippica, stritolato dal dimezzamento dei finanziamenti e dalla necessità di una vera riforma dell'ex Unire (oggi Assi). Pochi giorni fa il Comune di Livorno ha pubblicato sulla gazzetta della Comunità Europea il bando per l'affidamento del Caprilli: sul piatto c'è una concessione di trent'anni, con il pagamento di un canone all'amministrazione. Le domande (per ora non l'offerta vera e propria) devono essere inviate entro il 31 gennaio: a gara va tutta l'area dell'ippodromo, con annessi e connessi. Ma non la Ceschina, oggetto di un distinto bando di idee (a pagina 3). Come era stato stabilito in un protocollo di intesa siglato nei giorni scorsi tra l'amministrazione e i sindacati dei venti lavoratori della Labronica, «il principale elemento di valutazione sarà quello legato al numero massimo di soggetti occupati, sia nelle attività dirette che in quelle connesse o complementari». Possono partecipare «soggetti imprenditoriali che abbiano gestito direttamente per almeno un quinquennio un ippodromo in cui si siano svolte giornate di corse al galoppo inserite nel circuito nazionale (calendari Unire)», e che abbiano organizzato «almeno 35 giornate di corse al galoppo all'anno (sempre secondo il calendario Unire) in ciascuno degli ultimi tre anni». Non solo: nel bando, della durata di un anno, si fa riferimento a un fatturato, «realizzato negli ultimi tre esercizi chiusi, di almeno 9 milioni di euro». Così ecco la polemica. «L'avviso - interviene D'Alesio - è stato pubblicato sulla gazzetta europea, ma di europeo non ha nulla perché di fatto potranno partecipare solo soggetti italiani. In tutto il continente, infatti, non esistono enti paragonabili all'Unire». «Nel panorama italiano - sostiene - guardando ai requisiti richiesti potrebbero gareggiare ipoteticamente solo tre realtà: Capannelle di Roma, Trenno di Milano e Alfea di Pisa». Ovvero la società che ha gestito il Caprilli nella fase transitoria degli ultimi mesi. «Roma - precisa - è fuori gioco perché in concordato preventivo e Trenno (Snai al 100%) è socia di Alfea». Certo il Comune vorrà andare il più possibile sul sicuro perché in ballo c'è anche un buco da riempire (quello della Labronica) di circa due milioni di euro. «In ogni caso - riprende D'Alesio - se questo bando fosse stato fatto cinque anni fa avrebbe avuto un senso, ma oggi il mondo dell'ippica è chiuso, anche Alfea. Ma di cosa stiamo parlando?». Aspettando la grande manifestazione dell'ippica in programma il 12 gennaio a Roma anche San Rossore ha deciso per lo stop. Ieri il Coordinamento degli ippodromi ha scritto al presidente del Consiglio, Mario Monti, per ribadire che «migliaia di cavalli rischiano di andare al macello e centinaia di operatori stanno perdendo il lavoro». «Al di là dei finanziamenti - ripete D'Alesio - serve una riforma urgente del sistema e i singoli ippodromi, per sopravvivere, devono cercare una spinta comune». In quest'ottica qualche settimana fa aveva scritto al sindaco di Livorno e presidente di Anci Toscana, Alessandro Cosimi. «Non mi ha mai risposto - polemizza - eppure nella nostra regione ci sono sette strutture a rischio. Il sindaco di Cesena e quello di Pisa, solo per fare un esempio, si sono fatti sentire». Poi uno sguardo ai lavoratori della Labronica: «La loro presenza nelle commissioni consiliari mi è sembrata una strumentalizzazione. Sono a rischio come i lavoratori di tutti gli altri ippodromi: il punto non è cosa fare alla Ceschina (che giustamente è stata distinta dal bando), ma come salvare l'ippica».
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