Gioco
«Cari politici, stipendi più normali»
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Il vescovo Simone Giusti in duomo Il vescovo: guai se gli incarichi non sono per servire bensì per servirsene
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LIVORNO. «La politica dev'essere un servizio, non un "servirsene"». Il gioco di parole serve al vescovo Giusti nel messaggio nel doppio appuntamento della messa di fine anno e dell'omelia della liturgia di Capodanno. Il monsignore insiste sull'esigenza che la politica sia vissuta con passione «per gli altri) ma con disinteresse (per sé). Il vescovo invita a rivedere i criteri con cui si stabiliscono gli stipendi dei politici. Come? Giusti ricorda una proposta: a chi ricopre un incarico politico il compenso sia in linea con lo stipendio che aveva prima di assumerlo («senza rimetterci e senza tagliar fuori chi non ha grandi ricchezze») magari con scatti di anzianità e contributi. A giudizio del vescovo, bisogna ridisegnare la politica in modo che non sia l'"ascensore sociale" di chi la fa. «Altrimenti - aggiunge - c'è il rischio che diventi un mestiere dal quale è difficile staccarsi senza rinunciare a guadagni e prebende. Ed ecco che si finisce per diventare figure che, pur di mantenere la poltrona, cercano di galleggiare: uomini per tutti le stagioni». Parlando soprattutto ai giorvani, il presule punta i riflettori sull'«evangelizzazione dei cuori»: è «l'azione più rivoluzionaria che si può immaginare perché sovverte tutti i criteri del mondo ed insegna ad amare il nemico e a considerare tutti, proprio tutti, fratelli». Questo capovolgimento dello sguardo porta a spalancare il cuore e a uscire dalle angustie dell'utilitarismo che basa solo al tornaconto personale. Nel mirino non solo la politica. Ma la sferzata riguarda anche «i furbi della finanza, gli approfittatori del welfare, delle case popolari come degli asili, dei pacchi per i poveri». Nel mirino perfino il volontariato «divenuto in alcuni casi fonte di arricchimento per chi lo gestisce e costo insostenibile per l'ente pubblico»: cioè «non più dono, gratuità, condivisione». Il volontariato deve tornare a essere qualcosa di non retribuito, dice il vescovo («i lavori socialmente utili e le cooperative sociali sono importanti e meritorie, ma non sono il volontariato»). «Osate il futuro»». Questi spunti vanno letti in un contesto che però non è di polemica: semmai fa parte di quell'appello ai giovani («osate il futuro») che invita a tenere la bussola sulla «fantasia al potere» e sull'amore come «legge della nuova civiltà». Tradotto: la mèta è «la felicità, non il Pil». Il monsignore-architetto torna a tuonare contro il "relativismo etico" in nome di un «sì alla libertà che è anche un no all'assolutismo dell'io» («la libertà non è l'assenza di vincoli», guai se «non riconoscendo nulla come definitivo, si lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l'apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l'uno dall'altro»). «Un altro mondo è possibile». La Chiesa - afferma Giusti - «guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro, li incoraggia a ricercare la verità e a difendere il bene comune»: no, non siamo «alla fine della storia» e un «altro mondo è possibile». Anzi, «un nuovo modello di sviluppo va obbligatoriamente pensato, sperimentato, attuato». Cari ragazzi... L'invito ai giovani è esplicito: «Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, spendetevi per i poveri, riempiete con un vostro vero volontariato non retribuito, le mense della Caritas come le altre opere sociali cittadine». E aggiunge: «Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo». C'è bisogno di persone che siano esempio credibile: «non meri dispensatori di regole e di informazioni, bensì testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi». Anche perché la pace «non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l'equilibrio delle forze contrastanti»: è «frutto della giustizia ed effetto della carità».
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