Gioco
Massimo Trombin, tornitore in Cantiere, è scomparso nel 2007 a 51 anni. La famiglia chiede 2 milioni di euro
Morto di amianto, causa milionaria
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PERICOLO. Un cartello segnala quello legato allamianto La moglie: «Fate presto i testimoni sono malati, altri già deceduti»
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LIVORNO. L'ultimo desidero lo ha affidato alla moglie pochi giorni prima di andarsene, era il 29 luglio del 2007 e Massimo Trombin, professione tornitore verniciatore in Cantiere, aveva 51 anni. «Tralascia tutto - le ha detto - ma la causa sull'amianto portala fino in fondo, fallo per me e per tutti quelli che rischiano la vita». Oggi a distanza di più di quattro anni il processo non si è ancora aperto ufficialmente. Tramite l'avvocato civilista Alessia Aliotta la moglie e la figlia dell'operaio hanno chiesto un risarcimento danni di un milione di euro ciascuna nei confronti delle due ditte, con sede in Liguria ma che operavano nei cantieri labronici, per le quali il loro caro ha lavorato per quasi trent'anni: dal 1973 a pochi mesi prima di morire. Ma alla prima udienza, che era stata fissata per lo scorso 15 dicembre davati al giudice del lavoro Domenico Provenzano una delle due società, la Navital, non si è presentata in aula, mentre l'altra, la Gencan, si è regolarmente costituita a giudizio. «Speriamo sia solo un problema di notifica», sospira il legale. Adesso la prossima udienza è stata fissata per il 15 aprile e la speranza dei familiari è che il processo possa iniziare. «Anche perché - spiega la moglie - si sta verificando un problema: alcuni testimoni, colleghi di mio marito che avrebbero dovuto raccontare come si lavorava all'interno di quelle navi, i materiali che venivano usati durante le operazione e i sistemi di sicurezza che venivano adottati, sono deceduti com'è successo a Massimo: tra i 50 e i 55 anni». In mano alla famiglia Trombin l'atto con il quale l'Inail, alcuni anni prima del decesso, riconosceva l'indennità all'operaio per le conseguenze della malattia. «Scoprimmo che qualcosa non andava - prosegue la donna - nel 2000. All'inizio però venne curato come se si trattasse di un ascesso polmonare. Poi, solo in un secondo momento e dopo alcuni esami supplementari, i medici dettero il loro responso: tumore alla pleura». E nessuna speranza. Ma la speranza dell'operaio si è concentrata nella giustizia cominciando a ripercorre la sua esperienza lavorativa: i primi passi in Fincantieri, poi le due società per le quali faceva quando il tornitore quando il verniciatore. «Per essere stati a contatto con l'amianto sono state risarcite persone che lavoravano negli uffici. Mio marito ogni giorno passava ore e ore dentro le botole delle navi a verniciare - va avanti la moglie - e il massimo della sicurezza era quella di mettersi una mascherina davanti alla bocca.». Troppo poco, eventualmente, per proteggersi da polveri sottili e amianto. Erano coscienti di quello che stavano rischiando? E le ditte per le quali lavoravano sapevano a che cosa andavano incontro i loro dipendenti operando in quelle condizioni? Saranno molto probabilmente queste le domande attorno alle quali ruoterà il processo e il suo esito. «Di una cosa siamo sicure - spiega il legale - che si tratterà di una causa lunga, molto lunga». Una causa inziata dallo stesso Trombin dopo aver scoperto la malattia e aver intuito che poteva essere legata al lavoro che aveva svolto. «Ci teneva così tanto - prosegue la moglie - che anche quando le forze lo stavano abbandonando partiva con le stampelle e la bombola dell'ossigeno per andare al patronato di Lucca», per acquisire informazione e prepararsi per la causa che voleva intentare. L'ultima festa di Massimo Trombin è stata quella per il suo 51º compleanno: era il 15 luglio 2007, qualche giorno dopo nella sua casa delle Sorgenti è arrivata la lettera con la quale la società per la quale lavorava gli comunicava la fine del contratto. Due settimane dopo il decesso. Prima l'ultimo desiderio: «giustizia». Che non si è ancora realizzato.
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