Gioco
I sogni dell'agente Scheila «Salvare la mano ferita e tornare per le strade»
Federico Lazzotti
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INGESSATO Il braccio ferito durante il blitz di lunedì in piazza Attias 3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. L'ultima persona a cui ha raccontato dell'inseguimento e della porta blindata che si è chiusa sulle sue mani durante un controllo in un appartamento di piazza Attias è stata la mamma. «Avevo paura che si spaventasse per quello che mi era successo mentre ero in servizio e soprattutto per ciò che rischio adesso». Ma quando martedì si sono viste è stato impossibile nascondere quello che c'è sotto l'ingessatura che le compre tutto l'avambraccio sinistro e la mano, fino alla punta delle dita. Adesso l'agente Scheila Di Rocca, 36 anni e un passato da judoka, ha quattro sogni per l'anno che verrà. Li racconta uno dopo l'altro seduta nell'ufficio del suo capo. Comincia da quello di salvare il pollice della mano sinistra dall'amputazione. Muove gli occhi azzurri e racconta della sua voglia di tornare al più presto al suo posto «in strada, su una macchina della polizia dove mi sento a mio agio». Poi pensa ad andare a sciare «visto che avevo prenotato per queste vacanze e non potrò partire». E per finire si ricorda della moto che ha comprato solo qualche mese fa e che adesso deve tenere in garage accanto al casco che «mi hanno regalato proprio per Natale». Buona parte del primo sogno: «salvare la mano», si gioca questa mattina, quando i medici toglieranno la fasciatura e guarderanno se l'operazione effettuata marterdì mattina durante la quale le è stata ricostruita la falange del pollice, è riuscita al 100%. «Ci spero - racconta - in questi giorni ho fatto delle sedute di oltre un'ora ciascuna in camera iperbarica per agevolare la circolazione del sangue e la cicatrizzazione della ferita. Se la visita non dovesse andar bene i medici che ringrazio per quello che hanno fatto tanto quanto i miei colleghi, mi hanno già detto quello a cui dovrò essere sottoposta: un altro intervento durante il quale ricostruirebbero il dito senza l'ultima falange». A distanza di tre giorni dal blitz antidogra durante il quale è stata ferita i ricordi di quello che è successo si sono fatti più nitidi: la nebbia fatta di dolore, concitazione, paura e adrenalina ha lasciato spazio a fotogrammi più chiari, nitidi. «Quando quella ragazza mi ha chiuso la porta in faccia avevo il telefono del suo compagno in mano. All'inizio lo avevo dimenticato. Invece adesso mi ricordo che squillava e che probabilmente quel cellulare mi ha salvato da danni peggiori. Se non avesse attutito il colpo probabilmente la porta mi avrebbe distrutto tutta la mano». Scheila, livornese da tredici anni in polizia, lunedì sera ha fermato Mohamed Mengaeti, 26 anni e presunte origini tunisine, perché lo aveva già arrestato due mesi prima, era il 15 ottobre. «In quell'occasione lo abbiamo preso in via Poli dopo un inseguimento. Così, quando lunedì lo abbiamo visto in piazza Attias lo abbiamo fermato per un controllo». Oltre a qualche grammo di hashish in tasca il ventiseienne aveva anche la chiave di un appartamento. «Abbiamo deciso di andare a vedere - racconta l'agente - quando siamo saliti per le scale lui ha inziato a urlare per avvisare la compagna che stavamo arrivando. La cosa che ricordo è che quando ho aperto la porta lei, dall'interno, l'ha chiusa immediatamente. Ho sentito dolore, ma non al dito che avevo perso, ma al dito medio che invece mi sono fratturata. Poi, dopo aver riaperto l'ingresso mi sono messa ad inseguire i due che stavano scappando. Solo allora ho percepito un calore esagerato arrivare dalla mano. Mi sono tolta il guanto e ho visto quello che era successo. Ho chiesto aiuto ai colleghi via radio e pochi minuti dopo ero in ospedale. Solo in quel momento ho sentito dolore».
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