Il Tirreno

Livorno

Ma la maxi-A è un marchio

Alice Barontini
La grande “A” nella nuovo look dell’Attias dopo i lavori
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La grande “A” nella nuovo look dell’Attias dopo i lavori

La forma è una firma: cosa c'è dietro la letterona di Spagnoli

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Dalla Pietà di Michelangelo, criticata perché il volto della Madonna era troppo giovane, fino alla recente installazione del grande dito medio di Maurizio Cattelan, davanti a Piazza Affari di Milano. Da sempre l'arte, anche quella più geniale, desta critiche.  Non si deve dunque preoccupare l'artista Renato Spagnoli per i giudizi - a volte un po' troppo affrettati e ingenerosi - che alcuni concittadini hanno rivolto alla sua A installata in Piazza Attias: alta 4 metri e colorata di un rosso acceso, probabilmente perché, dopo tanti anni in cui l'arte contemporanea a Livorno sembra essere diventata trasparente, c'è bisogno di farsi notare. E questa A, volente o nolente, ci sta riuscendo, diventando un simbolo, un segnale che ci allarma su quanto oggi ci sia bisogno di cultura. Specie se si pensa che piazza Attias sorge proprio al posto di un'omonima villa seicentesca: un vero gioiello architettonico demolito negli ultimi decenni del '900.  "A" come Piazza Attias, hanno dunque detto in molti, svilendo però il significato più intimo di questa installazione. Certo, il richiamo c'è, come testimonia la scritta (forse un po' forzata) a margine della grande lettera. Ma per chi conosce il percorso artistico di Spagnoli sarà evidente come, dietro questo simbolo, si celi ben altro.  Nato a Livorno nel 1928, Spagnoli è stato membro con Giorgio Bartoli, Renato Lacquaniti e Mario Lido Bacci Graziani dell'avanguardistico Gruppo Atoma, operante tra il '64 e il '66, interessato alla biochimica, alla cibernetica e alle icone della comunicazione di massa. Un'esperienza breve ma così innovativa a livello non solo nazionale da essere inserita da Lara Vinca Masini nella sua "Arte Italiana. La Linea del Modello" edita da Giunti Editore, con otto riproduzioni di Spagnoli.  Già allora l'artista concentrava la sua attenzione sulla lettera A, diventata negli anni una sorta di firma, un po' come i colli lunghi di Modigliani o le "forchette" di Capogrossi. La lettera A scelta in quanto simbolo di comunicazione, in quanto elemento di un alfabeto "altro" da quello parlato o scritto, un alfabeto "visto", svuotato di ogni significato analogico e di ogni rimando mentale: "A"' come segno, come immagine da analizzare con rigore strutturale, con intenzione oggettivante.  Spagnoli nel corso degli anni la riproduce in una provocatoria ripetizione seriale, la ribalta, la giustappone, l'interseca, la scompone attraverso l'ideogramma e con sconcertanti giochi ottici. Inutile cercarvi un significato preciso, inutile pensarla come la lettera iniziale di un'unica parola misteriosa: "A" può significare nulla o tutto. Molto dipende dall'immaginazione di chi osserva. Amore, Abbraccio, Amicizia...  Come giustamente scrisse il critico Alberto Veca in una presentazione si tratta di «una "teoria" del frammento, o meglio in che modo la nostra immaginazione reagisce alla sollecitazione che una "figura nota" modificata per forma - dalla esplicitezza del totale all'ambiguità del particolare - per grandezza, materia e colore, può produrre».  Insomma, un'installazione di tutto rispetto, che onora il lavoro di un artista (è proprio il caso di dirlo) con la "A" maiuscola. Certo, sarebbe stato opportuno organizzare una mostra personale di Spagnoli in contemporanea all'inaugurazione dell'installazione affinché proprio tutti - non solo gli appassionati e gli addetti ai lavori - potessero leggere con occhio diverso e più consapevole la grande "A". Ma per questo non è mai troppo tardi...

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