Il Tirreno

Livorno

Il nostro canto libero (e gioioso)

Maria Antonietta Schiavina
Il nostro canto libero (e gioioso)

«La crisi picchia duro ma non posso immaginarmi un futuro senza musica»

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 LIVORNO. «La musica è emozione e comunicazione, altrimenti che senso avrebbe? Dirigere un coro per me significa trasmettere ciò che mi emoziona a chi canta e a chi viene ad ascoltare. È lo scopo della musica, l'emozione. E la musica è in grado di comunicarla più di ogni altra cosa».  Si presenta così Cristiano Grasso, direttore del coro, anzi dei tre cori (Springtime, Evergreen, Musictime), che a novembre al Teatro Goldoni di Livorno tutto esaurito - accompagnati da Massimiliano Fantolini al pianoforte e Gabriele Pozzolini alle percussioni - hanno entusiasmato gli spettatori con lo spettacolo "America! All Around The Music", uno dei tanti progetti a cui il direttore-arrangiatore, ha lavorato con grande impegno per molto tempo.  Origini campano-sarde, cecinese di nascita («ma livornesissimo d'adozione, Livorno è la città che ho scelto per il mio percorso e dove mi sento totalmente appagato»), Grasso è un vero e proprio "animale da palcoscenico", un istrione con alle sue spalle anche un percorso di teatro e che, quando dirige, oltre alla bacchetta adopera anche il corpo.  Insegnante di sostegno alle scuole medie, riesce a coinvolgere abili e disabili con il canto: «Una forma di espressione senza barriere, una grande medicina, un vero nutrimento per l'anima».  Bambini, adulti, anziani. Con chi si diverte di più?  «Con tutti, altrimenti non farei questo lavoro. Dagli Evergreen ricevo in dono delle perle di saggezza, ironia e leggerezza, che spero di portare sempre con me: sono molto legati al coro, mi danno grande soddisfazione sia professionale che affettiva. Però anche gli Springtime sono bravissimi e pieni di entusiasmo. Per non parlare dei bambini, che affrontano con grande serietà quello che per loro è in fondo solo un bel gioco».  Come si fa a entrare in uno dei cori diretti da lei?  «Basta avere la voglia di cantare. Soprattutto negli Evergreen e nei bambini, infatti, non c'è selezione, perché il percorso che intraprendiamo è educativo e formativo, non competitivo. In questo il direttore del Mascagni Stefano Agostini è molto attento e cerca di coinvolgerci il più possibile negli eventi, in modo che tutti riescano a cantare e a stare insieme».  Musica e solo musica nella sua vita o c'è spazio per qualcos'altro?  «La musica mi coinvolge tanto, però cerco di ritagliarmi ugualmente dei momenti liberi, durante i quali pratico sport, soprattutto tennis: volevo farlo da ragazzino, ma non era compatibile con lo studio del pianoforte, così mi è rimasto il desiderio e ora posso realizzarlo, anche se senza grandi risultati».  A proposito di pianoforte. Lei ha iniziato a suonare da piccolissimo. In casa sua c'era già chi lo faceva?  «No. Il nonno paterno che non ho mai conosciuto, mi dicono avesse la musica nel sangue e in famiglia il primo a volere un pianoforte è stato mio fratello Domenico di sette anni più grande, che sembrava il genio musicale di casa. Poi lui ha lasciato perdere dedicandosi a tutt'altro, tant'è che oggi gestisce un albergo a Cesenatico».  Mentre lei?  «Mentre io, che non avevo le sue doti, ascoltandolo suonare mi sono appassionato e ho continuato a studiare, dedicandomi anima e corpo alla musica, frequentando il liceo linguistico ma, in parallelo, l'Istituto musicale, senza mai pensare di smettere, nonostante da ragazzo i sacrifici che mi richiedevano le due scuole mi pesassero abbastanza, perché mi allontanavano da tutto quello che era il divertimento e dagli amici».  Come mai da Cecina si è trasferito a Livorno?  «Da ragazzo ci venivo per studiare e poi mi sono fermato».  Mai pensato di andare da un'altra parte?  «Sì. Ma più che altro nel tempo in cui studiavo recitazione al Grattacielo quando ci insegnava Enzina Conte, grande maestra e grande donna. Un'altra delle mie passioni, infatti, è stato il teatro e per questo avrei voluto andare a Roma».  Poi però ha scelto la musica.  «E per far questo Livorno andava e va più che bene».  Studiare recitazione le è servito per il suo lavoro?  «Sì, soprattutto nella direzione, perché per cantare significa interpretare e io cerco sempre di coinvolgere i miei coristi spiegando loro che quando raccontano una storia lo devono fare non solo con la voce ma con tutto il corpo: la partecipazione emotiva è molto importante».  Come si vive di musica a Livorno?  «Bene. Ma bisogna essere molto preparati. Mai come in questo momento c'è bisogno di specializzazione. E poi ci deve essere la volontà di inventarsi cose nuove».  Quali sono le doti indispensabili per far bene il suo lavoro?  «L'entusiasmo e l'onestà: gli alunni se ti vedono entusiasta ti seguono meglio, ma sanno anche riconoscere l'onestà e apprezzano sincerità e trasparenza. A me, per esempio, non interessa piacere a tutti, ma vorrei che mi fosse riconosciuta l'onestà con cui cerco di dare il meglio: il mio lavoro, infatti, non è solo quello delle prove e degli spettacoli, ma sta anche nella scelta dei repertori, negli arrangiamenti e nel creare armonia fra le persone che fanno parte del coro, ognuna diversa, ognuna con i suoi problemi e le sue insicurezze».  Il Mascagni, ma tutti i conservatori così come i teatri, stanno attraversando un brutto momento. Lei pensa che ci sia ancora la possibilità di un futuro per la musica?  «Credo che ci debba essere un futuro, non posso immaginare qualcosa di diverso, sia nella musica che nella cultura tutta, perché sarebbe un disastro. Una tragedia che nessuno di noi deve permettere».  La sua bambina, che ha sei anni ama la musica?  «Molto. La mia ex moglie è diplomata in pianoforte, perciò nostra figlia è cresciuta in mezzo alle note. Ha partecipato come uditrice alle prove del coro e questo ha fatto in modo che fosse intonatissima. Però ha scelto di studiare percussioni e batterie -lo fa con un insegnante molto bravo, Simone Padovani - e io sono felice perché la vedo motivata. Anche se da grande non farà la musicista questa esperienza le servirà moltissimo».  Oltre a dirigere il coro insegna musica nella scuola nelle medie e si occupa di disabili.  «E la cosa bella che ho notato è che nel canto non c'è differenza fra normalità e disabilità: ci si sente tutti uguali».  Parliamo di Livorno. Cosa le piace e cosa cambierebbe?  «Livorno è sempre stata una città dove ognuno era libero di esprimersi e purtroppo oggi non è più così. Mi piacerebbe perciò che tornasse a essere quella di prima, nata come crocevia di razze e di miscugli, in cui ognuno aveva a cuore gli altri e non ci sentiva mai soli».  Se dovesse raccontare in poche parole la città a chi non la conosce cosa direbbe?  «Che è un luogo controverso, che vive di stereotipi come il mare, il sole e che con questi stereotipi ama coprirsi».  Se potesse scegliere un luogo di Livorno dove suonare il suo pianoforte e dirigere il coro quale sceglierebbe?  «La zona dove c'è il centro sociale "Il Refugio", vicino alla chiesa di santa Caterina, un punto di memoria. E la memoria è un diritto ma anche un dovere, perché senza si continuano a ripetere gli stessi errori».  Prossimi impegni?  «Il 18 dicembre dirigerò il coro Springtime, che si esibirà insieme alla classe di percussioni proprio nella chiesa di Santa Caterina. Ma il calendario è pieno, perché dove ci chiamano noi andiamo, felici di cantare, spesso per beneficenza, ma anche si stare insieme e scambiarci le nostre esperienze. Il coro infatti è un buon antidoto alla solitudine».  

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