Gioco
Dopo l'addio a Diaz e Paoli ci sentiamo tutti più poveri
Enrico Mannari
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permeato da quello che lui stesso ha definito"un antifascismo viscerale", affrontare con piglio e fermezza i dilemmi del ricostruire. Diaz appartiene a quella generazione cresciuta con letture appassionate, basti pensare a Croce, al Marx ed Engels letti attraverso Antonio Labriola e così via, ma che «sentiva la necessità di prendere posizione». Nel 1992 ripensando a quegli anni in un bel libro di riflessioni e testimonianza,scriveva: «L'iniziale esperienza comunista mia e di alcuni amici fu, credo, una iniziazione, ovviamente non razionale in ogni suo aspetto, ma certamente fervida di ansia di miglioramento umano, che valse molto a orientare la nostra opera futura, anche in direzioni del tutto diverse. Sarebbe erroneo, assurdamente opportunista o malamente mistificatorio, rinnegarla, come altri, forse di diversa formazione e provenienza, ha fatto». Come sappiamo non mancarono delusioni e anche umiliazioni, ma che distanza da "La stagione arida" che Diaz vedeva, con il suo acume di storico, già delinearsi all'inizio degli anni '90. Ecco, quella forza polemica e ideale, sia pur in contesti e percorsi molto diversi, l'ho ritrovata in Massimo Paoli. Massimo, proveniente da una tradizione culturale e politica laica e repubblicana, negli ultimi anni si era sempre più caratterizzato nella "battaglia delle idee". La tensione verso la ricerca teorica, (si pensi a due pubblicazioni che ho avuto l'onore di presentare come "Il management della complessità, complessità del management" e "La dinamica della conoscenza nei sistemi sociali"), tendeva a tradursi sempre più in suggestioni e indicazioni per innovare le dinamiche del sistema economico e territoriale di Livorno. Chi ha avuto l'onore di frequentarlo e di ascoltare i suoi numerosi interventi in tante iniziative, o scorrerà i suoi molteplici interventi sulle pagine de Il Tirreno, troverà, spesso in termini provocatori, i suoi veri e propri scrolloni ai diversi soggetti del panorama istituzionale e imprenditoriale livornese per uscire dal conformismo, dalle secche dell'immobilismo, per ritrovare una visione del futuro. Al convegno sui 400 anni della città,osservava: «Abbiamo avuto quattrocento anni di storia, cerchiamo di mettere le premesse per averne altri quattrocento, o di noi si potrà dire: peccato, hanno usato la memoria per ricordare il passato, dimenticando che in realtà serve soprattutto per costruire il futuro». La città, noi tutti, ci ritroviamo molto più poveri. Ma cerchiamo almeno di raccogliere davvero i semi di quella passione civile di cui abbiamo bisogno per guardare a un futuro migliore.
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