Il Tirreno

Livorno

Si è spento a 95 anni il prof. Diaz, il sindaco che ricostruì la città dopo la guerra

Fra Voltaire e Ardenza

Mauro Zucchelli

La passione per il riformismo, la voglia di farci risorgere

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 LIVORNO. Furio Diaz si era già guadagnato un posto nella storia quando ancora non aveva nemmeno trent'anni. E non soltanto perché era il primo sindaco dopo la Liberazione dai nazifascisti: aveva da guidare una città praticamente annientata dai bombardamenti e dal sabotaggio del porto. Soprattutto era il primo sindaco comunista nella città che le truppe armate Usa avevano scelto come "decimo porto": fin quasi alla metà del decennio successivo il quartier generale della logistica militare americana nel Sud Europa.  Un ruolo così importante in età così giovane: è questo il primo messaggio che manda la straordinaria parabola dell'esistenza di Furio Diaz, classe 1916, figlio di un avvocato perseguitato dal regime perché antifascista (e fratello di Laura, parlamentare Pci nelle prime quattro legislature della neonata democrazia). Non è però il guizzo geniale di un singolo bensì una generazione di livornesi che, nati a cavallo fra la prima guerra mondiale e il consolidarsi del fascismo, hanno scritto la storia: con Diaz, anche Carlo Azeglio Ciampi, Nicola Badaloni, Elio Toaff e Umberto Colombo.  Per capire cos'è stata la stagione guidata da Diaz basta guardare la città che si è rialzata dalle rovine. E, dal punto di vista politico, è sufficiente ricordare che Livorno è stata una delle ultime "giunte del Cln" a cadere quando ormai l'alleanza della Resistenza aveva ceduto il passo alla guerra fredda.  Ma accanto al Diaz politico esiste anche il Diaz studioso di altissimo livello: libera docenza arriva giusto nel '57 ma non si creda che il profilo di intellettuale di Diaz nasca solo una volta chiusa l'esperienza da sindaco e tagliati i ponti col Partito comunista (fino ad approdare al Psi). In realtà, se si risale a ritroso fino al '41 lo troviamo (con la laurea in legge in tasca) assistente volontario del filosofo Guido Calogero, faro del pensiero liberalsocialista. E' qui che mette le radici il futuro da intellettuale del prof. Diaz, in cattedra prima all'ateneo pisano e poi alla Normale.  Nel '97 la città gli ha conferito la "Livornina" riservata ai figli più illustri. Cinque anni più tardi Diaz è tornato a salire le scale di quel Palazzo dov'era stato sindaco: l'allora presidente Ciampi, suo amico fin dagli anni di gioventù, arrivò a Livorno per consegnare a lui e a Badaloni la "gran croce di cavaliere". Bisogna però guardare fuori dai confini municipalistici per capire che Diaz è stato uno storico di rango internazionale: sotto la lente dei suoi studi la riflessione sul pensiero illuministico francese e sui filosofi riformatori del Settecento italiano. In una visione del fare storia che ha sempre avuto grande attenzione a quanto si muoveva sul versante delle idee.  Non è senza motivo se l'ultimo frutto del suo lavoro è stato quel saggio pubblicato da Mondadori nel '92. Già il titolo ("Una stagione arida") è in linea con la lucidità affilata che a Diaz è sempre stata riconosciuta nelle sue argomentazioni sulla Toscana leopoldina: ma in quelle 164 pagine non c'era la mediazione d'un parlar di granduchi. Diaz era andato dritto al punto per disegnare senza conformismi il ritratto della «generazione più giovane che visse la seconda guerra mondiale»: e lì cercare il virus che ha corroso da dentro il ruolo degli intellettuali e la stessa vita pubblica del Bel Paese. Con quasi vent'anni d'anticipo.

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