Gioco
Ma la città non può essere solo una somma di cubi
Mauro Zucchelli
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Diciamocelo, l'architettura dell'ultimo mezzo secolo nella nostra città non è indimenticabile. La ricostruzione postbellica fatta con l'unico criterio del ricominciare comunque, decenni di edilizia civile senza la minima idea che non fossero i metri quadri calpestabili (e vendibili). Risultato: nei secoli dei secoli, ammesso che reggano, la testimonianza del segno architettonico di questo nostro eterno presente sarà il "cubo livornese". Niente pregio né fregio, minimo costo e massimo volume (in nome del miracolo di moltiplicare le stanze a suon di volumi tecnici, magari esenti Ici e Irpef). Il sentimento identitario ha avuto un sussulto quando è stato rifatto pari pari il gazebo alla Terrazza: fascino sì, ma forse improprio. E comunque nient'altro che la ricopiatura di un marchio architettonico del tempo che fu, mica l'invenzione di qualcosa. Cosa resterà di questi lunghissimi anni senza un identikit architettonico? Le baracchine di Toraldo di Francia (compresi tutti i guai operativi che hanno) sul lungomare, il mercato ittico firmato da Pietro Barucci e Beata Di Gaddo (una incredibile "pagoda" nel cuore della Venezia) e adesso le volumetrie così poco regolari del nuovo complesso all'ex Metropolitan di via Marradi. Azzeccate o magari anche no, proprio no, ma almeno sono il tentativo di far parlare la contemporaneità dei linguaggi architettonici. Non un colpo di genio, un tentativo. Anche la "maxi-A" all'Attias, fatte le dovute proporzioni, potremmo provare a giudicarlo con questi occhi: un tentativo di non arrendersi alla pura e semplice progettazione funzionalistica, senza che lo sguardo abbia qualcosa di cui stupirsi o su cui soffermarsi. Sempre meglio dell'enorme nulla che ha sostituito la baracchina in degrado davanti alla stazione ferroviaria.
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