Sicurezza
Wass: non siamo a rischio
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In alto: Renzo Lunardi (Wass) e lassessore Giovanna Colombini di fronte al modellino del veicolo subacqueo V-Fides «Niente ridimensionamento, puntiamo sulla ricerca high tech»
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LIVORNO. «Negli ultimi due anni forse non avremo avuto risultati brillanti, questa è una fase che impone a tutti una grande attenzione ai costi. Ma se abbiamo frenato sul progetto di espansione non significa affatto che sia in discussione la presenza di Wass a Livorno né che sia all'orizzonte un ridimensionamento». Renzo Lunardi, amministratore delegato della società che all'ex Whitehead fabbrica siluri, tiene a sgombrare il campo da qualsiasi segnale che sia interpretabile come allarme sul destino dello stabilimento che oggi dà lavoro a 350 persone, «il 40% dei quali laureati», più altrettanti nell'indotto (mentre «altri 80 dipendenti li abbiamo nella sede di Napoli»). I timori non erano stati solo gossip o voci qualsiasi. Le preoccupazioni erano rimbalzate nell'aula del consiglio comunale tanto dai banchi del centrodestra (con Roberto Russo) quanto dalle fila della giunta (con l'assessore Bruno Picchi): il progetto di ampliamento aveva reso necessaria una variante urbanistica e l'altolà da parte dell'azienda, soprattutto con la sottolineatura dell'esigenza di difendere l'occupazione esistente, aveva fatto scattare la paura di ritrovarsi di fronte all'ennesimo caso di crisi industriale. A maggior ragione, visto che il fatturato Wass ha frenato e ovunque nel mondo si sono ridotte le spese militari; senza contare che la capogruppo Finmeccanica ha visto scendere in picchiata il titolo e solo ieri si è risolto il durissimo scontro al vertice fra Guarguaglini e Orsi. Ripercussioni dei guai di Finmeccanica su Wass? L'amministratore delegato fa di tutto per escluderlo, e per convincere l'interlocutore gioca la carta della prevedibile strategia prossima ventura della capogruppo: tornare a concentrarsi su aeronautica e difesa. «In portafoglio - avverte Lunardi - abbiamo ordini per 350 milioni di euro: già adesso è l'80% del fatturato 2012 e il 50% di quello del 2013. Non è dunque un mero auspicio dire che, dopo due anni difficili in cui abbiamo cercato di razionalizzare, il 2012 segnerà il nostro rilancio. Non è un momento facile per nessuno ma, lo dico senza giri di parole, lo stabilimento di Livorno non rischia né la chiusura né il ridimensionamento». Semmai è su Livorno che si riconcentrerà l'attività di Wass: via l'ufficio di Genova («in una fase di grande attenzione ai costi non ha senso mantenere aperta una sede con sei addetti, saranno trasferiti a Livorno»), si sta cercando di portare nel nostro porto anche la nave che la Wass ha a La Spezia per i test in mare («stiamo collaborando con la Marina per riuscirci»). Il mestiere di Lunardi è quello di fabbricare siluri e i suoi clienti sono gli Stati di mezzo mondo, soprattutto nell'area asiatica: in ballo da tempo una maxi-commessa dall'India. Ma l'amministratore delegato di Wass sostiene che esiste trasferimento tecnologico dal settore militare alle produzioni di tipo civile. Certo, per ora queste ultime «non sono che il 10% del nostro business» ma la Wass «mette l'accento sulla ricerca». Come? «Abbiamo creato un team di 25 ingegneri che si occupa di quest'occhio sul futuro», dice Lunardi. Sotto i riflettori è il V-Fides, un veicolo subacqueo di tre metri che, «grazie all'aiuto dell'assessore regionale Simoncini e dell'assessore comunale Colombini», ha ottenuto dalla Regione «un finanziamento di circa 3 milioni di euro per la prima fase di un progetto in tandem con Kayser, Scuola superiore Sant'Anna e Polo dei sistemi logistici e robotici». Non è un segreto che l'assessore Colombini vuol convincere Wass a fare dello Scoglio della Regina un centro anche per i test a mare del V-Fides. La fase 2 del progetto riguarda l'utilizzabilità «in un sistema di sorveglianza a difesa di obiettivi sensibili»: sott'acqua gira il veicolo e in superficie si crea una cortina magnetica anti-intrusione, riprendendo metodi e know how di derivazione militare. A cosa può servire? A difesa di piattaforme offshore o anche d'un rigassificatore, aggiunge Lunardi. Il terzo passo messo in programma è l'impiego con bracci mobili che siano in grado di operare «fino a 2-3mila metri di profondità». Tempo? «Un anno e mezzo, forse due per la prima fase, 5 per il progetto complessivo». M.Z.
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