Gioco
In mille nella palestra di Nanniper l'addio «Ci proteggerai dall'alto»
Federico Lazzotti
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IN ALTO. Giovanni Castelli, 47 anni, durante una recente vacanza in montagnaIl mondo dello sport in lutto per la morte di Giovanni Castelli scomparso venerdì a 47 anni
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LIVORNO. La prima volta che "Il ciodino" è entrato nella palestra dei vigili del fuoco di via Campania erano i primi anni Ottanta. Allora Giovanni Castelli, stroncato da un infarto venerdì sera durante una partita di basket amatoriale a 47 anni, aveva la stessa età che ora ha suo figlio più grande che se ne sta seduto in silenzio davanti al feretro del padre con accanto il fratellino Gianluca e mamma Laura. Come Giacomo, a 15 anni, Giovanni era lungo e secco, come un chiodo appunto, e portava i capelli lunghi. In testa aveva due sogni: giocare a pallavolo e fare il vigile del fuoco.
In trent'anni "Il ciodino" dentro a queste pareti alte, con il pavimento in linoleum verde e arancione, ci è cresiuto «come uomo e come atleta», racconta l'ex comandante provinciale Fabrizio Ceccherini prendendo la parola durante il funerale. È diventato "Nanni il pompiere", coordinatore della centrale operativa e "Nanni il capitano", capace di portare il Tomei nell'olimpo del volley alla fine degli anni Novanta. Ma anche John, Lungo, Gigante buono, Giò o semplicemente babbo.
«Sempre con quel sorriso che sapeva scaldarti e rassicurarti», raccontano. Ecco perché è stato naturale che Nanni salutasse per l'ultima volta tutti i mondi che gli appartenevano sul suo campo. Lungo le pareti come un cordone che prova a proteggere dal dolore si sono sistemati i colleghi in divisa. Vicino al feretro, sul quale è appoggiata una rosa rossa, è seduta la famiglia, attorno a loro gli amici dei due figli con le tute rosse e blu della squadra di calcio del più piccolo e i giacchetti colorati e i jeans sdruciti degli adolescenti. Sulle tribune sfilano gli ex compagni di squadra.
In mezzo al campo, tra i sostegni pronti per fissare la rete da volley, ci sono anche il sindaco Alessandro Cosimi, la campionessa di nuoto Ilaria Tocchini e i dirigenti del Tomei. In fondo, lungo la parete più lunga, ecco le giocatrici della pallavolo femminile con gli occhiali scuri a coprire le lacrime e il mondo dello sport livornese tutto, ragazzoni alti con gli occhi rossi e lo sguardo perso. Così la palestra che lo ha visto sognare e sorridere per una vita, da sabato mattina, quando è stata aperta la camera ardente e fino a ieri sera si è trasformata nel suo mausoleo capace di contenere affetti, ricordi e rabbia.
«Ci sono tanti perché a cui non c'è risposta», dice don Placido durante l'omelia. Il parroco cita il profeta Ezechiele e la parabola del gregge in cui il pastore «andò alla ricerca della pecora smarrita» per spiegare e capire una morte che per molti è inspiegabile. «Aveva il culto della salute - ripete un collega - si allenava, non esagerava mai con il cibo. Ci teneva al suo fisico».
Un collega dall'altare legge la preghiera del vigile del fuoco: «Quando la sirena urla per le vie della città, ascolta il palpito dei nostri cuori votati alla rinuncia», ripete in un passaggio prima di concludere: «Un giorno senza rischio non è vissuto poiché per noi credenti la morte è vita, è luce: nel terrore dei crolli, nel furore delle acque, nell'inferno dei roghi. La nostra vita è il fuoco - la nostra fede è Dio». Giovanni nell'utlimo mese era andato prima a Genova e poi all'isola d'Elba per i due alluvioni che hanno messo in ginocchio Toscana e Liguria.
«Sapevamo di poter contare su di te in centrale come tra le macerie - dice dietro la divisa un uomo sulla cinquantina leggendo la lettera d'addio scritta per l'occasione - ci hai insegnato nel lavoro e ci hai reso orgogliosi di essere vigili del fuoco con le tue imprese nello sport. Ora il tuo insegnamento lo porteremo con noi. Perché sappiamo che insieme possiamo vincere, Grazie Nanni». E la sua palestra applaude.
In trent'anni "Il ciodino" dentro a queste pareti alte, con il pavimento in linoleum verde e arancione, ci è cresiuto «come uomo e come atleta», racconta l'ex comandante provinciale Fabrizio Ceccherini prendendo la parola durante il funerale. È diventato "Nanni il pompiere", coordinatore della centrale operativa e "Nanni il capitano", capace di portare il Tomei nell'olimpo del volley alla fine degli anni Novanta. Ma anche John, Lungo, Gigante buono, Giò o semplicemente babbo.
«Sempre con quel sorriso che sapeva scaldarti e rassicurarti», raccontano. Ecco perché è stato naturale che Nanni salutasse per l'ultima volta tutti i mondi che gli appartenevano sul suo campo. Lungo le pareti come un cordone che prova a proteggere dal dolore si sono sistemati i colleghi in divisa. Vicino al feretro, sul quale è appoggiata una rosa rossa, è seduta la famiglia, attorno a loro gli amici dei due figli con le tute rosse e blu della squadra di calcio del più piccolo e i giacchetti colorati e i jeans sdruciti degli adolescenti. Sulle tribune sfilano gli ex compagni di squadra.
In mezzo al campo, tra i sostegni pronti per fissare la rete da volley, ci sono anche il sindaco Alessandro Cosimi, la campionessa di nuoto Ilaria Tocchini e i dirigenti del Tomei. In fondo, lungo la parete più lunga, ecco le giocatrici della pallavolo femminile con gli occhiali scuri a coprire le lacrime e il mondo dello sport livornese tutto, ragazzoni alti con gli occhi rossi e lo sguardo perso. Così la palestra che lo ha visto sognare e sorridere per una vita, da sabato mattina, quando è stata aperta la camera ardente e fino a ieri sera si è trasformata nel suo mausoleo capace di contenere affetti, ricordi e rabbia.
«Ci sono tanti perché a cui non c'è risposta», dice don Placido durante l'omelia. Il parroco cita il profeta Ezechiele e la parabola del gregge in cui il pastore «andò alla ricerca della pecora smarrita» per spiegare e capire una morte che per molti è inspiegabile. «Aveva il culto della salute - ripete un collega - si allenava, non esagerava mai con il cibo. Ci teneva al suo fisico».
Un collega dall'altare legge la preghiera del vigile del fuoco: «Quando la sirena urla per le vie della città, ascolta il palpito dei nostri cuori votati alla rinuncia», ripete in un passaggio prima di concludere: «Un giorno senza rischio non è vissuto poiché per noi credenti la morte è vita, è luce: nel terrore dei crolli, nel furore delle acque, nell'inferno dei roghi. La nostra vita è il fuoco - la nostra fede è Dio». Giovanni nell'utlimo mese era andato prima a Genova e poi all'isola d'Elba per i due alluvioni che hanno messo in ginocchio Toscana e Liguria.
«Sapevamo di poter contare su di te in centrale come tra le macerie - dice dietro la divisa un uomo sulla cinquantina leggendo la lettera d'addio scritta per l'occasione - ci hai insegnato nel lavoro e ci hai reso orgogliosi di essere vigili del fuoco con le tue imprese nello sport. Ora il tuo insegnamento lo porteremo con noi. Perché sappiamo che insieme possiamo vincere, Grazie Nanni». E la sua palestra applaude.
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