Il Tirreno

Livorno

Brindo all'arte giovane sul palcoscenico

Maria Antonietta Schiavina
Carnemolla su una poltroncina del Teatro C. Nel riquadro in alto a destra: The Walrus in concerto
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Carnemolla su una poltroncina del Teatro C. Nel riquadro in alto a destra: The Walrus in concerto

«Studio i vini, organizzo spettacoli e suono la batteria: è qui la mia piccola Berlino»

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LIVORNO. Classe 1985, livornese, studente di vitivinicoltura ed enologia all'università di Pisa, batterista del gruppo The Walrus Band, nonché cofondatore di Clap Eventi, Alessio Carnemolla dall'autunno di quest'anno è il nuovo direttore del Teatro C. 

E' uno spazio artistico che sotto la sua abile guida sta diventando un vero e proprio punto di aggregazione, in cui la gente si incontra per conoscersi, ascoltare, esprimersi, gustare. Un luogo vivace che ospita molti giovani - e non solo - in una Livorno che sotto l'apparente apatia nasconde un grande fermento.  

Musica e vitivinicoltura sono le tue grandi passioni. Ma come riesci a farle convivere?
«Mettendo a frutto ciò che ho imparato dalle due discipline. E' grazie all'occasione offertami dal Teatro C, che posso concedermi il lusso di abbinarle, con degustazioni mirate che stanno riscuotendo un buon successo». 

Partiamo dalla musica. Quando hai cominciato ad amarla?
«L'ho amata sempre, ma poi, a dieci anni, ho imparato a conoscerla studiando pianoforte con Fabio Marchiori, il tastierista di Bobo Rondelli, la persona che mi ha fatto scoccare la scintilla, inculcandomi soprattutto l'amore per la batteria, che poi è continuato nel tempo».  

Nella tua famiglia ci sono dei musicisti?

«Che io sappia no». 

Ma la musica è andata in parallelo con lo studio della vitivinicoltura?
«Diciamo che ha avuto il sopravvento, perché la scuola per me è sempre venuta in secondo piano, tant'è che a 26 anni mi devo ancora laureare, anche se mi mancano solo due esami e la tesi». 

La tua famiglia cosa pensa di questo "allungamento" dei tempi?
«Mia madre è fissata con lo studio e il lavoro, ma poi mi lascia fare e mio padre non dice nulla: fra noi c'è un rapporto assolutamente tranquillo». 

Come hai vissuto la tua adolescenza a Livorno?
«In modo splendido, con tanti amici con cui fare cose intelligenti, e anche cavolate, ma assolutamente innocue. Non è stata un'adolescenza annoiata, ma neanche trasgressiva». 

Se dovessi descriverti a chi non ti conosce?
«Sono umile, un po' lunatico, a volte paranoico e quando mi arrabbio perdo la pazienza, anche se poi mi dispiace... So ascoltare gli altri, ma spesso amo rinchiudermi in me stesso». 

Da chi hai ereditato il carattere?
«Da mio padre che, pur essendo una persona buona e disponibile, ha come me dei momenti di chiusura verso il mondo».  

E in cosa invece assomigli a tua madre?

«Nell'intraprendenza e nella voglia di lavorare: lei non sta mai con le mani in mano». 

Hai un fratello e una sorella. Vai d'accordo con loro?
«Sì, anche se il feeling ce l'ho di più con mia sorella, una persona che stimo moltissimo». 

Amici d'infanzia ne hai ancora?
«D'infanzia no. Il mio più grande amico è il chitarrista Francesco Pellegrini, insieme a me nel gruppo The Walrus, conosciuto negli anni delle medie: con lui ho condiviso la passione per la musica».  

Come hai vissuto il periodo della scuola?

«In modo positivo, anche se alle superiori ho iniziato a farmi molte domande e a contestare: odiavo a morte i militari, nonostante mio padre fosse uno di loro e mettevo la bandiera della pace nel palazzo dove viveva la mia famiglia, abitato da paracadutisti come babbo». 

Tuo pare come reagiva?
«Lasciava perdere. Non mi ha mai sgridato per le mie idee. Pur nella nostra diversità abbiamo un bel dialogo».  

Hai una ragazza o sei single?

«Sono single... da poco».

Deluso o soddisfatto?

«Sereno».  

Qual è oggi la tua paura più grande?

«Quella di deludere la gente che crede in me». 

Anche tu come molti giovani sei su facebook.
«Me ne servo più che altro per motivi di lavoro... E' un mezzo positivo, purché non ci si stia dal mattino alla sera per scrivere cretinate». 

Se potessi portare in un'isola deserta solo due oggetti cosa sceglieresti?
«Un pianoforte e il giradischi del mio nonno paterno, mai conosciuto».

Un sogno nel cassetto?
«Sfondare nel campo musicale». 

La musica dunque per te vale di più della vitivinicoltura?
«Certo! La vitivinicoltura in confronto alla musica è un hobby, anche se mi ci sto applicando seriamente».  

Parliamo del tuo cognome, che non passa per così dire inosservato. Da bambino sei stato oggetto di prese in giro?

«Sì, specialmente alle medie. Mi chiamavano Carnemolla, Carnefloscia, Carneciccia: anche un professore ci scherzava...».  

Ne hai sofferto?

«Molto, ma mi sono sempre ribellato facendo a botte».  

Qual è l'insegnante che ti ha particolarmente aiutato nel tuo percorso scolastico?
«Cinzia Consoli, professoressa di italiano all'Istituto per geometri. Una persona splendida che mi ha fatto amare lo studio e uno dei pochi adulti con cui ho trovato un contatto diretto senza che il muro dell'età ci dividesse. Era una che andava controcorrente, diversa da tutti: durante l'autogestione con il suo appoggio ricordo che invitammo Diop Mbaye, oggi capo della comunità senegalese, suscitando ribellione in tutta la scuola».  

Parliamo del tuo ruolo di direttore del Teatro C. Come sei venuto a contatto con Theatralia, la società che lo gestisce?

«Un anno fa, dopo aver fondato con degli amici l'associazione Clap, con cui organizzavamo concerti, mostre, eventi vari, proposi una programmazione jazz a Pietro Cennamo, il direttore artistico del teatro, che non solo accettò con entusiasmo, ma in un secondo tempo mi propose di occuparmi sia della struttura che della programmazione musicale e teatrale, supportato da Alessia Cespuglio, Claudia Perfetto e naturalmente da lui». 

Quanto tempo dedichi al tuoincarico al teatro C?
«Tutti i giorni dalla mattina alla notte».  

Col tuo avvento hai trascinato un pubblico di giovani.

«Non l'ho fatto solo con la mia presenza, sia ben chiaro, quanto con un certo tipo di programmazione che ha dato voce all'arte visiva, alla musica, alla scultura, alla creatività: chi vuole fare qualcosa da noi ha le porte aperte e il teatro non è vissuto come luogo privato, ma come un punto di aggregazione con uno spazio completamente gratuito, perciò usufruibile da tutti».  

Anche dai meno giovani?

«Certo! Il fatto di avere disponibilità nei confronti degli under 30 non preclude la presenza degli adulti. E ci sono spettacoli per tutti i gusti». 

L'intervista è terminata. Se dovessi farti un'ultima domanda?
«Mi chiederei: "Sei soddisfatto del tuo lavoro?"». 

La risposta?
«Non abbastanza. Vorrei fare di più».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web