Il Tirreno

Livorno

La crisi resuscita i Bot-people

Mauro Zucchelli
Da sinistra: un operatore di borsa preoccupato per l’andamento dei mercati e la cassa di una banca
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Da sinistra: un operatore di borsa preoccupato per l’andamento dei mercati e la cassa di una banca

Titoli di Stato oltre il 6%, scatta il richiamo della foresta per i piccoli risparmiatori

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 LIVORNO. C'era una volta il "popolo dei Bot", con i pensionati a scaldarsi al fuoco di rendimenti record. Adesso è tornato lassù: all'ultimissima asta i Bot hanno raggiunto il 6,087% lordo (addirittura due punti e mezzo più di 30 giorni prima), al netto di ritenute e commissioni si manca d'un soffio un tasso record come il 5%.  Mai così alto il tasso negli ultimi 14 anni: per ritrovare un rendimento lordo che superasse la soglia del 6% bisogna andare a marcia indietro fino all'asta del 15 ottobre 1997.  Certo, nessuno ha dimenticato il periodo in cui i Bot annuali viaggiavano su tassi tre volte superiori. Al di sopra del 18% fino al maggio 1983: cioè nei giorni in cui Craxi debuttava come premier, Vasco Rossi si affacciava sul palcoscenico del festival di Sanremo e il Macintosh di Steve Jobs non era ancora nato. Ma era un rendimento solo formale, visto che l'inflazione quasi sudamericana se lo mangiava quasi tutto.  Buffo però che ne parlassero come di un bene-rifugio per pensionati quando invece era la grande finanza a lucrarci sopra (un po' come avverrà adesso): oggi il debito pubblico italiano è in mano ai capitali finanziari (le famiglie italiane hanno solo il 14% della montagna di titoli di Stato), soprattutto internazionali (la metà del debito italiano), lo Stato lo paga con le tasse che incamera. L'ingranaggio è tale per cui l'indebitamento non finanza nessuna crescita ma è invece uno spostamento di ricchezza dai redditi più facilmente tassabili (famiglie e lavoro dipendente) alla grande finanza mondiale.  Adesso l'impennata choc del differenziale rispetto ai titoli tedeschi fa rizzare i capelli perché è un giudizio senza appello sui guai del sistema Italia eppure, al tempo stesso, i Bot annuali sopra il 6% - il triplo della primavera scorsa - hanno richiamato l'attenzione di tante formichine risparmiatrici.  Attualmente, agli occhi di chi ha qualche soldino da parte, non c'è niente che prometta tassi così alti: sui conti correnti resta solo lo stretto necessario alle spese fisiologiche perché gli interessi sono zero, le azioni sono viste con diffidenza, il mattone ha chiuso il ciclo dei prezzi boom ed è sempre più difficile rivenderlo, anche i rendimenti di Poste e Coop non possono volare così in alto e anche l'aggressività di nuove formule di conti deposito non raggiungono le punte dei titoli di Stato in questi ultimi giorni...  Ad ascoltare i funzionari che si occupano di titoli o rapporti diretti con la clientela in alcuni fra gli istituti bancari presenti in città, però non salta fuori una sterzata univoca nell'atteggiamento dei risparmiatori. Il fascino discreto dei titoli di Stato torna a farsi sentire sui Bot-people ma non si traduce in una corsa agli uffici titoli. «La ripresa di attenzione per i Bot è innegabile ma finora si ferma soprattutto al gran parlare», riferisce una funzionaria.  «Comprarsi il debito pubblico come scelta di solidarietà e d'amore nei riguardi del proprio Paese in difficoltà? Balle, - sbotta un altro funzionario di banca - io ho ascoltato solo gente che vuol vedere crescere quel che ha da parte. Non è una buona azione, è un buon affare: pensate davvero che con 1.900 miliardi di euro di debito pubblico, metà dei quali collocato sulle piazze finanziarie internazionali, l'Italia possa fare crac? Impossibile, siamo troppo grossi e troppo interconnessi con il mondo sia per chiamarsi fuori come ha fatto l'Islanda sia per fare la botta. Almeno da qui a qualche anno: i risparmiatori l'hanno capito e, siccome le banche l'hanno capito, alle aste dei titoli di Stato non restano sul tavolo nemmeno le briciole».  Come che sia, a prestar credito alle banche interpellate il disorientamento detta legge: da un lato, c'è il numeretto della percentuale che acchiappa l'interesse (in tutti i sensi) della platea dei risparmiatori, compresi i meno scafati; dall'altro, proprio il fortissimo tam tam sul rischio Paese e sull'economia a un passo dal baratro fa temere di perdere il gruzzolo.  I risparmiatori hanno preso negli anni tanti di quelle batoste che neanche le contiamo più: oltre ai bond argentini e al caso Parmalat, ci sono - racconta un funzionario di una banca cittadina che chiede l'anonimato - «tutte le capocciate che ciascuno ha preso con l'arte del fai-da-te, magari con poche migliaia di euro da buttare nella fornace del trading on line». Poi è arrivato il crac di Lehman nel settembre 2008 e questo ha fatto capire che anche i giganti possono fare patatrac. «Risultato: adesso, - aggiunge - almeno nella massa dei risparmiatori di fascia bassa o medio-bassa, c'è una così forte avversione al rischio che la prudenza diventa il comandamento numero uno». Il triplo in 5 mesi  Il rendimento lordo dei Bot a un anno è ora oltre i 6%. E' il triplo rispetto a giugno. La crescita record negli ultimi 30 giorni: due punti e mezzo in più. Il tasso era sceso sotto il 10% per la prima volta nel gennaio '87. Nel drammatico ottobre '92 l'altro balzo: più 4% in 5 mesi, fino a sfiorare il 18%.

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di Redazione web