Toscana
In fuga dalle parrocchie dopo la cresima, la diocesi si interroga
Federica Boldrini
Il vescovo all'assemblea diocesana: bisogna saper ascoltare i nostri ragazzi, l'esempio è il sinodo indetto da Ablondi
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LIVORNO. Battesimo, comunione, cresima. Poi, la fuga. Un passaggio delicato nel quale le parrocchie perdono la maggior parte dei loro giovani che, in età preadolescenziale, si allontanano sempre di più dalla Chiesa. Quasi un ciclo che si chiude, dal quale allontanarsi senza troppa gradualità come chi, dopo essere stato accompagnato per mano alla meta si ritrova solo, senza certezze e inizia una ricerca diversa. E' questo l'aspetto-chiave emerso nell'assemblea diocesana, il "parlamentino" della comunità cattolica locale radunato ieri nella chiesa di Santa Lucia per un incontro dal titolo "I giovani e la soglia delle decisioni". Quella soglia appunto che sembra alzarsi, come un muro, fra la fede e i ragazzi al culmine del loro percorso spirituale. Non è una realtà che riguarda solo la nostra città, visto che una fotografia analoga è stata scattata ai giovani dall'Osservatorio socio-religioso del Triveneto attraverso una ricerca sociologica. Tutto finisce a 13 anni quindi? Spesso è così, come emerge dalla ricerca, non tanto perché i giovani smettano di credere ma piuttosto perché sentono di non avere un'identità religiosa precisa, mancano certezze e motivazioni valide per proseguire. La Chiesa d'un tratto diventa «una montagna di divieti» e cambia il modo di relazionarsi con la religione: il giovane è individualista e tende a rendere tale anche la propria spiritualità. Alla presenza del vescovo Simone Giusti e grazie alle testimonianze di sacerdoti e giovani animatori delle parrocchie del territorio ci si è interrogati proprio sul modo in cui poter avvicinare i giovani alla fede, quale volto della Chiesa mostrare o meglio sul come non farli allontanare. «Sono l'unica ragazza di 22 anni e fra me e gli altri giovani che frequentano la mia parrocchia c'è un salto generazione di circa dieci anni». E' la testimonianza di Irene, arrivata dalla parrocchia di Santa Caterina. «Vorrei che i nostri parroci ci ascoltassero di più, che si riuscissero ad unire le poche forze che abbiamo per coinvolgere i giovani e per far capire loro che c'è ancora tanto da fare». Un appello condiviso anche da don Federico, prete a San Jacopo, che ha raccontato così la figura del sacerdote: «Deve essere padre, fratello, accompagnatore e soprattutto trovare il giusto linguaggio per parlare con i ragazzi, per sintonizzarsi e per intercettare le loro esigenze e le loro richieste di aiuto». Raccontano di esperienze importanti e condivise Simone, 18 anni (parrocchia di San Giovanni Bosco, Coteto) e Matteo, 22 (parrocchia del Sacro Cuore, Salesiani) che concordano su un punto importante. «E' utile che i ragazzi che magari hanno già fatto la cresima abbiano al fianco persone adulte ma con la compartecipazione di loro coetanei come possono essere gli animatori». E proprio sull'importanza della formazione degli animatori si è soffermato il vescovo Giusti: «Per vincere la scommessa di una pastorale giovanile popolare è necessario attuare il sinodo giovanile che nella nostra città è stato sperimentato tanti anni fa da monsignor Ablondi. Bisogna tornare ad un vero ascolto dei ragazzi rendendoli protagonisti». Monsignor Giusti ha lanciato infine un impegno sul quale la diocesi livornese punterà molto: «E' positivo sganciarsi dall'età dei sacramenti per fare spazio alla logica delle mete educative da raggiungere. Non è necessario scandire la comunione e la cresima con un'età prestabilita: meglio semmai che i parroci si accertino che i ragazzi abbiano raggiunto i loro obiettivi educativi con costanza, impegno ed entusiasmo». Oltre tre ore di intenso dibattito alternato a testimonianze importante e interventi altrettanto rilevanti: ma fra le oltre cento persone che hanno riempito le lunghe panche della parrocchia di Banditella si contavano al massimo una trentina di giovani.
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