Il dolore
VIA AL PROCESSO
Federico Lazzotti
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DOLORE. La madre al funerale 3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Il male che ha ucciso Luca Stefanini, morto a venti anni durante una partita di calcetto, ha un nome spigoloso che a ripeterlo ad alta voce suona antipatico e sinistro: cardiopatia aritmogenea del ventricolo destro. Da oggi si apre il processo per verificare se quel killer silenzioso e subdolo abbia avuto dei complici. La morte ha colpito il primo febbraio 2006 su un manto verde di via La Pira, quartiere Corea, tra uno stop e un tiro al volo. Luca era un ragazzone di un metro e novanta: spalle larghe, capelli lunghi e gli occhi buoni. Gli amici, quella sera, lo hanno visto aggrapparsi alla rete. Poi un vuoto che nemmeno il medico è riuscito a riempire. Dopo solo lacrime e il desiderio della famiglia di fermare quel killer che aveva già ucciso prima il calciatore del Siviglia Antonio Puerta e ha continuato dopo, con il giovane Giorgio Castelli a cui è stata dedicata una fondazione, ma che può essere fermato. «Servono controlli più attenti», spiega la madre Mina Francisco, parte civile nel procedimento, che da cinque anni combatte la guerra della prevenzione e porta avanti la teoria che «Luca, Antonio, Giorgio e tutti i loro fratelli potevano e dovevano essere salvati, bastava una risonanza per accorgersi che il loro cuore faceva i capricci». È su questa tesi che si basa l'impianto accusatorio del processo che si apre oggi e che vede imputati il cardiologo Luca Paperini, ora all'Asl di Pisa e il medico dello sport Stefano Spagnuolo che hanno visitato Luca prima del malore fatale senza accorgersi - sostiene il pm Giuseppe Rizzo - di quella malformazione al cuore del giovane sportivo. L'accusa è omicidio colposo. Le avvisaglie del malore le ripercorre la madre, ex dipendente del Comune ora in pensione, perché «il dolore - dice - non mi permetteva più di lavorare. «Luca era un ragazzo sportivo. Nuotatore agonistico, che ha più volte partecipato ai campionati nazionali. Nel 2003 lasciò il nuoto dedicandosi al calcio amatoriale. Un episodio di dispnea, ripetutosi due volte durante gli allenamenti, nel 2004, ci spinse a consultare vari medici specialisti di Livorno e Pisa. Nessuno adombrò la possibilità che Luca soffrisse della patologia che poi lo ha portato alla morte. Tutti ci tranquillizzarono. Tutti tranne un noto cardiologo livornese che diagnosticò erroneamente una sindrome cardiaca che, a suo giudizio, avrebbe potuto essere molto pericolosa. Tuttavia, sia i medici dell'Utic di Livorno, sia quelli del Cnr di Pisa, smentirono la diagnosi». La sera del 21 agosto 2004, Luca ebbe ancora un malore. «Portato all'Utic gli fu detto e ci fu detto che non si trattava di problemi cardiocircolatori. Il 24 gennaio sottoposto alla visita annuale del medico sportivo, Luca fu dichiarato idoneo. Il 16 febbraio si recò ancora al Cnr di Pisa: nuovo esame, nessuna terapia, ma solo il consiglio di ripetere l'esame l'anno seguente». Troppo tardi perché il primo febbraio quell'assassino silenzioso prese alle spalle Luca Stefanini. A distanza di un anno e mezzo un defibrillatore con il suo nome è stato donato alla piscina della Bastia. Su internet, blog e forum portano come esempio di cattiva prevenzione su quel ragazzone di Livorno morto su un campo di calcetto. Il nome del killer adesso lo conoscono tutti. Stamani inizia il processo per capire se ha avuto complici.
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