Il Tirreno

Livorno

La nomenklatura mangia i suoi figli

<b>MILITANTI PD.</b> Manifestazione in piazza
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MILITANTI PD. Manifestazione in piazza

Inceppati gli ingranaggi che selezionano la classe dirigente

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 LIVORNO. «Ci vuole un fisico bestiale / per resistere agli urti della vita / a quel che leggi sul giornale / e certe volte anche alla sfiga». Chissà se la canzone di Luca Carboni è nella playlist dell'i-pod di Filippo Di Rocca: mingherlino, 37 anni da compiere nel giorno di san Rodolfo martire, avvocato (con master in business administration), ha lasciato di punto in bianco - con «dimissioni irrevocabili» immediatamente accettate - il timone della segreteria territoriale del Pd. Quella che un tempo era la Federazione, il sancta sanctorum del Partito che da 67 anni filati guida la città.  Lì in questi due terzi di secolo si è visto un po' di tutto. Comprese le scene-cult del limbo in cui l'allora Pds si ritrovò senza segretario per 33 giorni, fra la fine del vecchio millennio e l'inizio di quello nuovo: nella notte dell'Immacolata del '99 Francalacci candidato unico venne impallinato da una maggioranza di no nel segreto dell'urna (e poi, nel gennaio successivo, gli applausi a Cosimi con l'84% dei consensi).  Ma non era mai accaduto che un segretario della federazione rimanesse in carica a malapena dieci mesi e mezzo: c'è voluto di più per arrivare - dopo una lunghissima volata (e una sventagliata di faide) - alla fumata bianca che ha eletto leader alla metà del novembre scorso. NEL TOTO-ASSESSORE  Si scopre l'acqua calda a dire che Di Rocca era ormai sullo scivolo d'uscita fin dai giorni della crisi di giunta. Da un lato: il suo nome era rimbalzato tante volte nel toto-assessore in un tira-e-molla estenuante fra Palazzo civico (che un po' apriva la porta ma parecchio no) e partito (che sembrava volerlo mettere sul treno diretto in Comune per potersi dare una nuova leadership). Dall'altro: forse proprio per l'imbarazzo di trattare su sé stesso, fatto sta che nel braccio di ferro fra Cosimi e Pd è progressivamente cresciuto il peso specifico del segretario dell'Unione comunale Yari De Filicaia (mentre in passato è sempre stato il numero uno della Federazione a contare di più). PLEBISCITO E MUGUGNI  Questo però non è stato che l'ultimo capitolo. Di Rocca era stato all'inizio messo in pista dal fronte filo-Bersani ma, dopo un po' di cazzotti sul ring congressuale, era stata trovata l'intesa per far convergere sul suo nome anche i filo-Franceschini in nome di una gestione unitaria. Solo che, un giorno dopo l'altro, proprio fra i bersaniani sono spuntati i mugugni nei riguardi del segretario: e non c'entra solo il ping pong di e-mail in cui Di Rocca strapazza i suoi. C'entrano gli interventi sulle candidature dell'Authority; c'entra il gossip che gli attribuisce l'ambizione di mettersi in corsa nel toto-sindaco del dopo-Cosimi; c'entra la gran strizzata d'occhio ai vendoliani di Sel.  Di Rocca è solo da qualche settimana alla guida della federazione ed ecco che da Palazzo civico gli si fa capire che aria tira, benché sia stato proprio Cosimi che l'ha lanciato, poco più che trentenne, come presidente di Aamps. Il motivo dello scontro? L'ex municipalizzata ha (tanta) fame di quattrini e, sostenuta anche dalla federazione, chiede al Comune di rincarare la Tia. Ma il sindaco si mette di traverso e in pratica gli mette sul gobbo la colpa di quei conti in rosso. PD E SINDACO SUL RING  E' appunto il rapporto fra partito e sindaco una delle chiavi di lettura per leggere tensioni, torsioni e avvitamenti che marcano tante delle tappe che fanno la cronaca politica quotidiana. Soprattutto adesso che stiamo scollinando la metà del secondo mandato di Cosimi e s'intravede all'orizzonte il giorno in cui il centrosinistra dovrà inventarsi un nuovo gruppo dirigente per guidare la città e, lasciando Palazzo civico, Cosimi dovrà cambiare mestiere. Ancora politico o no, ma non al vertice del Comune: rivedremo il film del traumatico dopo-Lamberti?  Ci vuole un fisico bestiale ma, con il pallone al piede, Di Rocca non è mai stato un mediano tuttocampo né un centravanti di sfondamento. E, anche senza palla, non se la cava benissimo nei tackle spaccaossa che contraddistinguono oggi questa politica da basso impero.  Forse però adesso bisogna guardare un po' più in là del gossip e della singola vicenda personale per capire invece qualcosa, dentro il Pd, riguardo agli ingranaggi che selezionano il ceto politico dirigente. GIOVANI MA EX  Salta agli occhi che intanto qualche giovane leva ha preferito far la valigia e andarsene altrove: come Matteo D'Alonzo, ex segretario a Shangai, che ha studiato alla Luiss a Roma e poi ha trovato lavoro nella galassia confindustriale; come Luca Bussotti, che dopo esser stato segretario dell'Unione comunale e assessore all'ambiente (ma anche messo in pista contro Lamberti nella corsa a sindaco nel '99), ha preferito volare in Mozambico come brillante prof universitario; come Giorgia Beltramme, ex leader del Pd cittadino, ora sindacalista Cgil a Pisa. E magari si potrebbe metter nel conto anche Lorenzo Mannelli, ex presidente del consiglio comunale e ex numero uno della Margherita regionale, finito prima a Roma come capogabinetto del ministro prodiano Enrico Letta e poi a Bruxelles come responsabile di settore negli uffici dell'Europarlamento.  L'altra questione riguarda l'eventualità che sia un non livornese a guidare la federazione, anzi la segreteria territoriale come è stata ribattezzata ora per tagliare i ponti anche con l'"ecclesiologia" Pci. Non sarebbe cosa così inedita: Marco Ruggeri veniva da Vicarello, Marco Susini da Collesalvetti (anche se era già stato segretario a Shangai) e, ai tempi del Pci, Valerio Caramassi da Piombino. COME TI SGAMBETTO  Semmai il conto è un altro: gli scontri, invece di temprare un nuovo gruppo dirigente, sembrano non esser altro che un susseguirsi di sgambetti che indeboliscono chiunque qui in città sia lì a remare. E anche questa non è una novità: basti ricordare che alle primarie Ds del 2005 l'ex super-assessore Virgilio Simonti, regista dell'attuale Prg Gregotti-Cagnardi, ha battuto di misura una giovane donna cecinese (Alessandra Meini) solo perché la federazione livornese, per lanciare il plebiscito pro-Manciulli ha invitato a votare il piombinese i propri elettori di Bibbona e Castagneto. Il bis nel dicembre di quattro anni dopo, sempre alle primarie in casa Pd: nello sprint che deciderà poi chi fa il capolista e chi conta di più in Regione, il segretario della federazione piombinese Matteo Tortolini fa le scarpe all'omologo livornese Marco Ruggeri. Anche grazie, detto per inciso, al provvidenziale risultato di San Vincenzo: l'unico borgo in cui, rispetto al voto per Bersani di poche settimane prima, miracolosamente i votanti saranno 200 in più anziché crollare del 60-80% come in tutti gli altri Comuni della provincia.

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di Redazione web