Gioco
Guai se rubiamo ai poveri la dignità
Maria Antonietta Schiavina
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Suor Raffaella Spiezio, presidente della Fondazione Caritas «Livorno città aperta? Disponibile sì ma con un po' di sospetto verso chi è diverso»
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LIVORNO. Dal dicembre scorso la Caritas di Livorno ha come presidente un angelo che dietro il sorriso nasconde la determinazione di un combattente. Napoletana di nascita e fiorentina di adozione, suor Raffaella Spiezio fa parte delle Figlie della carità e, da molto tempo, si rimbocca mani, cervello e cuore per aiutare i più deboli, gli ultimi, quelli che troppo spesso noi abbiamo paura perfino a guardare in faccia e che invece ci chiedono aiuto, per curare le ferite, per non affondare, per continuare a combattere e soprattutto a vivere con dignità. Prima di venire a Livorno lei è stata a Rimini, dove ci sono più poveri che nella nostra città. «Sì, ma si tratta di una realtà con parecchie associazioni, con un'accoglienza generosa e organizzata, tant'è vero che la gente si passa la voce per andarvi». Livorno non offre risposte in tal senso? «C'è una modalità diversa di essere accanto all'altro, le parrocchie aiutano le persone che hanno bisogno, la Caritas è molto vicina anche se non ha risposte strutturali, le istituzioni per quello che possono intervengono, lo stesso vescovo monsignor Giusti si interessa concretamente del disagio. Ma rispondiamo alle urgenze e non c'è una pianificazione. Per questo sto cercando, insieme al direttore dell'Ufficio diocesiano per la pastorale della carità Enrico Sassano, di compiere un percorso diverso, in modo da creare una progettualità sui servizi, essere anche profeti non limitandosi solo all'emergenza». Livorno sembrerebbe una realtà aperta. «La gente che incontro è disponibile, però nel profondo, forse non lo è verso il diverso, soprattutto in una dimensione di gratuità e generosità». E' anche vero però che la città è povera. «Lo è a livello economico ma, a volte, anche culturale. E forse per questo non riesce a dare». Ci sono molti rom? «A differenza di altre città qui se ne contano pochissimi, anche se la loro è una storia che ha bisogno di essere guardata e assunta e non si può far finta che non esista». La richiesta di aiuto che vi arriva da parte di persone che fino a ieri se la cavavano da sole - lo avete comunicato in questi giorni ai media - sta aumentando. Come pensate di intervenire? «Siamo molto preoccupati, purtroppo la realtà medio bassa della Livorno di un tempo, oggi a livello economico è peggiorata e sono sempre di più le famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Senza contare quelle che stanno per perdere il lavoro e si aggiungeranno presto alla lista». Dove oggi si annotano anche tante persone separate. «Fra queste i padri hanno la peggio, perché le mamme sono più custodite, mentre la grande povertà riguarda gli uomini, che quasi sempre devono andarsene da casa, dare un contributo alla famiglia, hanno pochi soldi e non possono entrare in un'emergenza abitativa: o meglio ci rientrano ma senza le caratteristiche per un punteggio. E' in pratica un po' il cane che si morde la coda, davanti al quale noi ci sentiamo impotenti, perché oltre alla povertà concreta c'è anche quella che tocca la dignità». Cosa la colpisce di più in tutto questo? «Io faccio parte delle Figlie della carità che prestano attenzione al povero, ma soprattutto alla dignità del povero, purtroppo difficile da ricostruire. Il piatto di pasta è più semplice da procurare, ma quando intorno al povero manca una rete relazionale che gli permette di alzare la testa, intervenire certe volte è impossibile». Avete in programma un Centro diurno. A cosa servirà? «A fare attività e a creare un clima fraterno diverso con le persone che arrivano da noi, perché offrire solo da mangiare, una doccia e panni puliti è importante, ma lo è ancora di più convivere la quotidianità. In questo a Livorno hanno un ruolo fondamentale le parrocchie, che possono intrecciare relazioni. E sarebbe bello - anche se mi rendo conto che a volte la vita non lo permette - che le famiglie adottassero una famiglia in difficoltà, per aiutarla non solo economicamente». Anche dal punto di vista psicologico. «Sì, perché ormai siamo poco accoglienti verso l'altro e la nostra è una società piegata su se stessa. Faccio un esempio: abbiamo dovuto mettere alcuni bambini rom in una scuola privata, perché in quella pubblica non li volevano e venivano addirittura malmenati». C'è un po' il luogo comune di pensare che se uno è povero, se lo è meritato. Lei cosa risponde a proposito? «Questa è una riflessione che non avevo mai fatto, ma è vero, le persone guardano a chi si trova in difficoltà come se non avesse voglia di reagire e pensano: "Se lo merita". Non è così, non sempre la povertà te la cerchi, molte volte ti arriva e anche se lo vuoi non ce la fai a combatterla». Bisognerebbe iniziare dalla scuola a dare lezioni di accoglienza. «Noi della Caritas stiamo seguendo a tale proposito un percorso che abbiamo iniziato nelle scuole. E facciamo la stessa cosa con i giovani che vengono qui - ne passano tanti - a cui cerchiamo di mostrare la realtà con uno sguardo diverso, quello che ti porta a vedere l'altro per la storia che ha e non per come appare in un momento difficile». Anche gli immigrati che arrivano a Lampedusa hanno una storia. «E io che sono stata in Africa so cosa significa il viaggio della speranza che devono fare. Siamo portati a pensare che se uno è emigrato deve essere per forza un delinquente, invece in certi paesi ci sono dei valori molto più profondi dei nostri. Ma la povertà imbruttisce, la povertà spesso rende rabbioso dentro e quando non esistono risposte - per noi è un'impotenza enorme, per il povero è buio totale - nasce il conflitto». Che cosa prova a dire "no". «Mi arrabbio dentro. Purtroppo con le poche forze a nostra disposizione non ce la facciamo, il territorio non offre altro, certe situazioni sono incancrenite, tanto che i centri di prima accoglienza sono diventati ormai luoghi permanenti». Cosa fa più male alle persone che vi chiedono aiuto, al di là della mancanza di concretezza? «Il fatto di essere rifiutate. San Vincenzo alla Figlie della carità dice: "Offrendo da mangiare a un povero dobbiamo chiedergli perdono per quello che gli diamo". Perché anche chi offre è sempre dall'altra parte della sponda: quando ero piccola ricordo che si usava lasciare sempre un posto apparecchiato per l'ospite, in modo che si sentisse aspettato e accolto». Sono molti i giovani livornesi che fanno i volontari? «Meno rispetto ad altre realtà, però se gli si offre un'esperienza significativa, creando come facciamo all'interno della Caritas un clima di "aria pulita" rispondono sempre». Più i ragazzi o le ragazze? «I ragazzi. A volte viene una coppia a conoscerci, poi il volontariato lo fa solo lui. Mentre negli adulti la presenza è in maggior parte femminile». Qual è il suo primo pensiero del mattino e l'ultimo della sera? «Il primo si rivolge al Signore perché mi faccia vivere nell'attenzione dell'altro. L'ultimo riguarda i fatti accaduti durante la giornata: quando vado a letto ho la testa piena di progetti, anche se la stanchezza ha il sopravvento e prego sempre perché la provvidenza mi aiuti a realizzarne almeno uno».
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