Il Tirreno

Livorno

Dentro i conti dell'Asa spuntano introiti-fantasma e i furbetti della bolletta

(2, continua)
Dentro i conti dell'Asa spuntano introiti-fantasma e i furbetti della bolletta

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 LIVORNO. Problemino: l'alunno spieghi come fa una società che opera in regime di monopolio a fare 80,7 milioni annui di ricavi avendo (spesso) l'acqua alla gola nel pagamento dei fornitori e rischiando (in passato) perfino di non farcela a dare la tredicesima ai dipendenti. Questo caso non salta fuori dalla fantasia di una maestrina: è un'impresa in carne e ossa, si chiama Asa ed è croce (tanta?) e delizia (poca?) per 100mila famiglie da qui alla Maremma senese.  Lo svolgimento? Chiunque lo farebbe guardando prima di tutto ai costi, a cominciare da quello del lavoro. Ed è quel che avviene spesso nella polemica politica: magari maneggiandolo come un tabù del quale non parlare per carità di patria o di partito, e dunque di fatto per contrappasso mettendolo in evidenza: non è forse vero che, in un passato lontano ma non lontanissimo, il "corvo" faceva girare liste di nomi per segnalare che 61 addetti erano figli, fratelli, mogli, nipoti e cugini di esponenti politici o dirigenti interni?  Eppure basta un'occhiata all'ultima semestrale Asa perché balzi agli occhi qualcos'altro. I crediti commerciali: 76,6 milioni di euro alla fine del giugno scorso, dice il presidente del consiglio di gestione, l'ex assessore (Pd) Fabio Del Nista. Crediti in orbita  Meglio della cifra messa nero su bianco dodici mesi prima (78,9 milioni di euro), ma molti di più di quelli trovati in bilancio al Capodanno scorso (66,6 milioni di euro). Metà ha a che fare con bollette ancora da emettere e con il "delta Ato", una voce-fantasma di cui diremo. I crediti relativi a bollette già spedite ai clienti e mai incassate raggiunge i 33,1 milioni di euro a metà 2010, scende appena a 32,9 milioni alla fine del dicembre successivo e poi torna a galoppare oltre quota 34 milioni a tutto giugno 2011. E nel 54% dei casi il ritardo nel pagamento oltrepassa i tre mesi.  Lo conferma anche l'amministratore delegato Ennio Trebino: «E' lì la palla al piede che frena l'azienda creando problemi nel rapporto con i fornitori mentre invece, sul fronte opposto, la nostra potenzialità sta nel far girare il motre d'un piano di investimenti di grande portata». Non più in rosso ma...  E' qui la spiegazione di un apparente paradosso: da un lato, il bilancio è stato riportato stabilmente in attivo mentre in passato o non lo era o era stato riscritto successivamente per far emergere otto milioni di euro di perdite latenti e ricavi insussistenti; dall'altra, qualche affanno sul fronte dell'effettiva disponibilità di quattrrini in cassa, ad esempio per pagare i fornitori.  Una montagna enorme di quattrini, questi introiti che non arrivano. C'entra di tutto: cittadini sbadati che si sono dimenticati della scadenza (ma poi pagheranno); famiglie sull'orlo del patatrac economico; povericristi senza reddito né speranza; tizi furbastri che se ne infischiano delle bollette così come delle multe o della rata dell'asilo; l'utente che conta di sparire perché se ne andrà in un'altra città ed è poco conveniente spendere 500 euro di pratica per cercare di acchiappare chi non ha pagato 300 euro di fattura...  Ma una grossa fetta degli introiti rimasti solo sulla carta non riguardano i singoli, semmai enti e imprese: il pizzaiolo stagionale che apre e chiude in pochi mesi, l'artigiano che è stato strangolato dalla crisi, perfino fabbriche anche importanti oppure enti pubblici (comprese rilevanti strutture sanitarie o grosse realtà statali). Difficile chiudere il rubinetto: l'impatto sociale sarebbe devastante, visto che senza acqua talvolta la produzione si bloccherebbe del tutto.  Per dirla tutta: negli anni si sono accumulati tante di quelle fatture non incassate che resta da riscuotere quasi un euro per ogni quattro euro fatturati nell'ultimo anno.  Impossibile da immaginare? No, se pensiamo che l'indirizzario dell'Asa è un groviera, si contano «8.600 clienti con indirizzo incompleto o incongruo così che in caso di problemi non sappiamo dove andarli a cercare», ammette una fonte di primissima mano nel quartier generale Asa. Qualche "manina" o "manona" che sabota la banca dati o di fatto regala l'acqua a una sfilza di amici? Probabile che la realtà sia meno complottarda e misteriosa: semplicemente, è capitato che gli allacciamenti all'acquedotto siano stati fatti nelle nuove urbanizzazioni quando ancora non c'era il nome della strada o, più spesso, non era stato assegnato il numero civico (sostituito in genere da un curioso «9999» tanto per riempire la casella), come viene riferito da una attendibile fonte interna. Peccato che questa siano magagne di anni fa, talvolta anche 7-8: solo che poi questi indirizzi provvisori non li ha aggiornati nessuno. Il mistero del Delta Ato  Sembra incredibile, eppure questa è una semplificazione un po' troppo ottimisticamente grossolana. La realtà è ancora più cervellotica, benché del tutto legittima agli occhi delle regole contabili del settore: quasi un terzo di questa cifra - stiamo parlando di appena meno di 24 milioni di euro - è una bolla di sapone, almeno nell'oggi. Viene messa nel "fatturato" ma non ha alle spalle una bolletta quanto piuttosto un fanta-incasso (per ora) del tutto figurativo, che verrà recuperato poi fra due-tre anni (ammesso che i clienti non dribblino i pagamenti). Se fanta-incasso suona male, diciamo incasso differito.  Sia chiaro, non è un artificio birbaccione di Asa, è un criterio contabile che vale ovunque: siccome siano in un mercato particolare, di monopolio con tariffe regolamentate, le tariffe al metro cubo viene fissata dalle Ato (conferenze dei sindaci) vengono costruite sulla base di consumi di acqua sui quali ripartire i costi fissi di funzionamento e i milioni di euro investiti. Inutile dire che l'arte italiota di arrangiarsi ha trovato il trucchetto: sovrastimare i consumi così che il prezzo al metro cubo non vola.  Dipende però forse anche da quant'è stata zoppicante l'integrazione fra i quattro acquedotti che ora l'Asa ha in pugno, ma fino a 4-5 anni fa erano suddivisi fra Val di Cornia, Elba e area volterrana. L'Asa è stata vista come un colonizzatore che andava a espugnare i territori e Livorno come un intruso: in realtà l'azienda livornese era l'unica che avesse know how, dimensioni e strutture in grado di reggere l'estensione su 33 Comuni chiesta dalla nuova geografia degli acquedotti toscani. Non ci si dimentichi che il Cigri di Piombino era talmente malconcio da esser stato valutato «non più di 30mila euro»: poco più di un negozietto, se è vero quanto riferisce una fonte interna alla nomenklatura Asa. Logico che un colonizzatore sconti la scarsa conoscenza del territorio e le stime siano parecchio a spanne. Il morso della crisi  Mica l'abbiamo inventato noi, è un escamotage praticato in ogni latitudine del Bel Paese: solo che nella nostra zona probabilmente questa differenza è un po' più alta che altrove. Se poi si mette nel conto l'effetto della crisi - anche questo più marcato che in altre zone - ci si accorge che si fa più lenta del previsto la riduzione di questo scarto perché intanto tantissime famiglie sono costrette a risparmiare perfino sull'acqua e un battaglione di industrie ha ridotto le produzioni, incluse quelle "divoratrici" di acqua.  Nel gergo contabile questa differenza - così virtuale eppure così concreta - l'hanno ribattezzata "Delta Ato". Soldi che l'Asa ha sì nei fogli del bilancio ma non in cassa come moneta sonante. Sta qui, a dar credito alle informazioni raccolte, la radice dei guai sul fronte della liquidità per una società che, da un lato, ha il maxi-mutuo da 80 milioni di euro per coprire le falle del passato e far girare gli investimenti ma, dall'altro, sa di poter fare conto su un fido di appena un milione e mezzo di euro per la spesa corrente.  Risultato: siccome la coperta (finanziaria) è corta, l'Asa se incassa poco e male diventa anche, per i suoi fornitori, un pagatore con il braccino corto. Anche se, per inciso, è una delle poche realtà che mette sul tavolo degli appalti una torta da 10-12 milioni di euro all'anno. «E all'85% vanno a ditte locali», dice Del Nista.

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di Redazione web