Gioco
Livorno come Napoli? Vero a metà
Maria Antonietta Schiavina
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LA SCRITTRICE. A destra e in alto: due primi piani di Piera Ventre «Questa città si sa valorizzare poco e fa della decadenza un vanto»
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LIVORNO. Quando era bambina e leggeva "Piccole donne" di Louisa May Alcott, delle quattro sorelle March, raccontate nel romanzo, Piera Ventre avrebbe voluto essere Jo. Per questo scrive. Napoletana, «sono nata alle falde del Vesuvio» dice, la Ventre ha sviluppato la sua passione di narratrice pubblicando qualche mese fa il primo libro "Alisei", ventuno storie di ordinaria quotidianità dedicate agli ultimi, che è riuscita a trasformare in straordinaria. Sposata con Filippo Cufari, calabrese e macchinista per Trenitalia, la neo scrittrice vive nella nostra città, dove è approdata per amore nel 1987 e dove lavora come logopedista e assistente alla comunicazione. E per i suoi racconti confessa di non ispirarsi ai suoi pazienti, ma alla vita di cui è sempre stata un'attenta osservatrice. «Mio padre, adesso in pensione, era una tuta blu», spiega Piera Ventre raccontando le sue origini. «Lavorava come operaio e con mia madre, operaia anche lei si sono conosciuti in fabbrica». «Non so se è vero che la classe operaia vada in Paradiso, per citare il titolo del bellissimo film di Petri - dice - ma io che ho le radici ben piantate in un contesto sociale così dignitoso e fiero e che sono figlia degli anni in cui gli operai non erano ancora una specie estinta, spero di sì». E' figlia unica? «Ho una sorella, Antonia, che vive a Novi Ligure dove ha un ristorante di cucina spagnola, El Muerzo. Lei è una donna forte, che ha saputo inventarsi un lavoro, confluendo la sua creatività nei fornelli». Non le manca Napoli, una città da cui sembra si faccia molta fatica a staccarsi? «Mi manca l'idea di Napoli, la sua vivacità culturale che sopravvive malgrado le enormi difficoltà in cui versa, oltre ai molti amici con i quali ancora oggi mantengo rapporti inalterati e solidissimi, tanto che quando riesco a incontrarli mi sembra di averli lasciati appena il giorno prima». Si dice che la città del Vesuvio abbia molte analogie con Livorno. Vero o falso? «Alcuni la pensano in questo modo, ma in realtà, a eccezione del fatto che sono entrambe città di porto e con una spiccata predisposizione all'anarchia, personalmente non trovo altre somiglianze. Napoli è una metropoli, ha una densità abitativa e una complessità che non si possono paragonare a un luogo, decisamente più a misura d'uomo. E Livorno, dal canto suo, pur avendone le possibilità e le capacità, spesso, non sa valorizzare a sufficienza, i suoi punti di forza, facendo della decadenza un proprio vanto». Veniamo a Piera Ventre scrittrice. Quando ha iniziato e perché? «Fin da bambina ho tenuto un diario e tuttora conservo questa abitudine, ma la consapevolezza di andare verso la narrazione si è sviluppata intorno ai vent'anni, grazie soprattutto al mio amore per la lettura. Credo, infatti, che non sia possibile scrivere senza aver letto». Il primo racconto? «A quattordici anni, ma di quegli albori ricordo poco, se non i pomeriggi che trascorrevo a battere sui tasti di una Everest preistorica - ingombrante e rumorosa - scovata da mio padre fra mucchi di cianfrusaglie in un mercatino dell'usato». Come imposta le sue storie? «In maniera piuttosto anarchica. E non le posso definire "impostazioni". Alcune nascono da un'unica frase che finisce quasi sempre per costituirne l'incipit e io mi limito a percorrerne le tracce che a mano a mano si dipanano. Spesso sono la prima a non sapere quale direzione imboccheranno. Altre hanno un andamento lento, mi accompagnano per giorni, si sviluppano, e quando finalmente mi siedo davanti alla tastiera per farle vivere, si scrivono come se possedessero una voce propria». Gli Alisei sono i venti che soffiano regolari per tutto l'anno verso l'equatore. Perché ha dato questo titolo a un capitolo del suo libro e anche al libro stesso? «Sono i venti che aiutarono Colombo a sbarcare, con la loro forza buona, sulle coste americane. Il mio libro è diviso in tre sezioni, ciascuna con un titolo - Alisei, Scarti, Visioni - che definisce la tematica dei racconti e le storie che confluiscono nella sezione Alisei sono quelle che hanno preso ispirazione dalla mia idea di America, che si è formata in modo immaginifico attraverso letture e cinematografia, confluendo nel magnifico assunto che, come canta Guccini, l'America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino. Il titolo perciò vuole rappresentare quest'Atlantide di sentimenti». Parliamo del suo impegno di logopedista e assistente alla comunicazione. «Svolgo, da più di dieci anni, incarichi come esperto esterno in diverse scuole di ogni ordine e grado a Livorno, laddove ne venga fatta richiesta agli enti - Comune e Provincia - che erogano fondi per il servizio di integrazione scolastica per gli studenti sordi. E attualmente sono in procinto di iniziare la mia collaborazione con le scuole elementari De Amicis, l'Istituto Colombo e l'Isis Niccolini-Palli». Il lavoro l'aiuta anche per la scrittura? «Tendo a tenere separate le due attività. Il mio lavoro - collaboro da anni con la sezione dell'Ens, Ente nazionale sordi di Livorno - benché si interessi comunque di linguaggio e, soprattutto, di devianze linguistiche, è frutto di una passione diversa rispetto a quella che nutro per la letteratura. Lavorare con le parole è ciò che mi interessava, e mi interessa tuttora maggiormente, malgrado siano anni che lo faccio tra mille difficoltà: gli ultimi tagli finanziari alle istituzioni non sono di certo un aiuto per le famiglie e i ragazzi che usufruiscono di questi servizi». Nelle sue storie ci sono spunti tratti da vicende di persone che sono state in terapia da lei? «No. Gli spunti, piuttosto, possono nascere dal quotidiano in generale, da frasi di conversazioni che ascolto casualmente, così come da esperienze che vivo con amici e conoscenti, o da semplici idee che affiorano da altre letture, film o sogni». Sul retro del suo libro c'è scritto che delle sorelle March avrebbe voluto essere Jo. Perché? «Lei è un piccolo manifesto femminista. E' l'intraprendenza, il desiderio di autonomia, la capacità di rimboccarsi le maniche e fare da sé. Esprime ciò che molte donne, la maggior parte di questo splendido paese, fa ogni santo giorno». Di cosa si occupa quando non fa la logopedista o non scrive? «Leggo molto, disegno - amo le illustrazioni per l'infanzia - e mi piace cucinare». Livornese o napoletano? «Sperimento a prescindere dalla regionalità. Le ricette etniche mi attraggono per l'uso particolare delle spezie e per i contrasti di sapori». I suoi piatti migliori? «Se dovessi chiedere alle mie amiche, probabilmente mi sentirei rispondere, in barba a quanto ho affermato: "pastiera e caprese". La prima è nota a tutti e la seconda è un antico dolce napoletano tipico dell'isola di Capri». Chiudiamo parlando ancora dei suoi racconti, che hanno sempre un velo di malinconia. Rispecchiano il suo carattere? «Credo che di questi tempi sia difficile non essere malinconici, anche se io prendo spesso esempio da un'altra eroina del mio immaginario, Rossella di "Via col vento", e alla fine dico sempre "Dopotutto, domani è un altro giorno"».
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