Il Tirreno

Livorno

Così quelle bombe squarciarono il rione e la nostra vita

Otello Chelli
<b>LIVORNO SOTTO LE BOMBE.</b> A sinistra: un&#146;immagine simbolo della statua di Fattori in una piazza della Repubblica devastata. A destra: viale Caprera e scali delle Barchette colpiti dalle bombe
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LIVORNO SOTTO LE BOMBE. A sinistra: un’immagine simbolo della statua di Fattori in una piazza della Repubblica devastata. A destra: viale Caprera e scali delle Barchette colpiti dalle bombe

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Un silenzio impressionante, la Venezia ieri mattina sembrava irreale: sola, abbandonata dopo il trambusto dell'evacuazione provocata dal disinnesco della bomba ritrovata dove per quarant'anni i vogatori veneziani si erano allenati.  La visione quasi lunare di un mondo deserto e quando sono entrato sul viale Caprera i mucchi di detriti dell'escavo per il nuovo, ma antico canale, hanno fatto piombare la mia mente in pieno bombardamento, il primo e inaspettato, in quel maledetto 28 maggio 1943. Era una splendida giornata di primavera e nel cielo azzurro non c'era nemmeno uno straccio di nuvola. Forse nel pomeriggio avremmo fatto il bagno sulla spiaggetta dei Calafati, alla Tura, sotto il ponte spezzato, davanti alla Fortezza Vecchia. Quel mattino io e i miei fratelli eravamo assiepati davanti al camino dove mamma Artemisia preparava la farinata gialla recuperata chissà dove. Si era affacciata anche la "Ciucia" che con Attao, Filea e Bianca, abitava sopra di noi, ma era stato un breve saluto. Mentre mamma versava quella piccola cascata gialla nella pentola, il suono lugubre delle sirene non venne nemmeno considerato, tutti convinti che gli americani non avrebbero mai bombardato la nostra città grazie a Padre Saglietto e alla Madonna di Montenero.  Pochi minuti di pace irreale poi, nel silenzio, cominciammo a sentire nel cielo un brusio strano, inusuale, ben presto trasformatosi nel rumore sinistro di potenti motori d'aeroplano, accompagnato dal rumore ovattato della "Foranuvole", come i livornesi chiamavano l'antiaerea che sparava i suoi poveri colpi autarchici. Alcuni attimi d'incerta attesa, poi il lacerante, terrorizzante fischio multiplo cui seguì lo scoppio tremendo delle prime bombe che impattavano al suolo e sulle nostre case. Con il cuore in gola, smarriti nella paura, sentivamo i grappoli di ordigni disintegrare i grossi fabbricati del nostro quartiere e con essi tutti coloro che vi abitavano, rimasti in casa, come noi, dopo il suono della sirena.  Le esplosioni si susseguivano incessantemente, mamma, però, non sembrò confusa, ci ordinò di prenderci tutti per mano e tra il crollo dei muri, il rumore dei vetri che si spaccavano, il rombo cupo di una tempesta senza eguali, ci fece scappare come topi fuori dalla casa, trascinandoci verso via del Porticciolo. Attraversammo il viale Caprera che ballava come percosso dalla mazza di un gigante, mentre i vetri continuavano a sibilare tutto intorno a noi coprendo la strada con quella che sembrava una pioggia scintillante in un mare di latte, visto che la polvere saliva dalle case distrutte diventando un nebbione impenetrabile.  Le urla della gente erano assordanti come gli scoppi tambureggianti delle bombe e mentre correvamo verso il Paradisino, incespicando contro una valanga di ostacoli invisibili, alcune lingue di fiamma cominciarono ad alzarsi qua e là, tra le case che crollavano con un rumore scricchiolante terribile che, in seguito, avrei riconosciuto in quello che anche oggi paragono a uno strappo del cielo quando scoppiano i fuochi artificiali. Attraversammo il ponte e scendemmo nella cantina sottostante di cui ricordo le ondate d'acqua dei fossi che si alzavano per le bombe che vi cadevano dentro e per l'"Ave Maria gratia plena..." delle donne. Lì trascorremmo in pratica tutto il giorno, perché nemmeno dopo il bombardamento la milizia ci faceva uscire.  La sera ritrovammo babbo che era appena uscito dal porto e con lui - ero il più grande - mi avviai verso casa nostra per cercare di recuperare qualcosa. Entrammo sul viale Caprera e "Crocetta" ci apparve mezza distrutta e così il convento. Tutto intorno soltanto palazzi diroccati e il nostro stabile, mi si strinse il cuore a vederlo, era stato disintegrato dalle bombe.  «Madonna, che botta ci hanno dato!», mormorò babbo con la voce incrinata dalla commozione. Io lo seguivo e sentivo gli occhi dolere come fossero pieni di minuscole scaglie di vetro. Il mio rione, il mondo fiabesco dell'infanzia, il regno incantato dove noi ragazzi vivevamo liberi e felici, percorrendo i fossi, correndo sui navicelli e nelle stradine e dove nonostante la miseria, noi eravamo gioiosi e puri come cristalli di rocca.  Ecco, ieri mattina la bomba ritrovata ha cacciato via i veneziani dalle loro case per la seconda volta: impressionante il silenzio intorno. Ma fortunatamente tutto è finito in poche ore e le strade, nuovamente affollate, hanno ripreso vita insieme alle case.

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di Redazione web