Sicurezza
Sospesi fra la California e il nulla
Maria Antonietta Schiavina
◗
Francesco Bruni al centro fra Paolo Virzì (a sinistra) e Emanuele Barresi«La mia Livorno? Tanti amici e nostalgia del mare, non del vuoto culturale»
7 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Ha portato a Venezia, ottenendo un successo personale inaspettato anche se, secondo i critici meritatissimo, "Scialla!", il suo primo film da regista. Una storia delicata, sensibile, specchio di una realtà che coinvolge figli e genitori, ma anche di una società dove la cultura è sempre meno importante. E dopo gli applausi, senza troppo montarsi la testa, Francesco Bruni è ritornato subito a Roma, per continuare a scrivere insieme all'amico fraterno Paolo Virzì, che al Festival del cinema ha tifato per lui, i copioni dei prossimi progetti.
Classe 1961 (il 30 settembre compirà 50 anni e con "Scialla!" Si è voluto fare un bel regalo), nato a Roma ma vissuto a Livorno, città d'origine della madre - sposato con un'attrice bolognese, Raffaella Lebboroni, due figli adolescenti, un fratello maggiore, Alessandro, che vive a Milano ed è manager aziendale - Bruni con il giudizio positivo ottenuto in un festival che non fa sconti, porta ancora una volta, come tanti suoi concittadini, in alto il nome di una Livorno che ha molto da dare. Una città, dove ritorna sempre con gioia, specialmente in estate «per quel clima californiano che vi si respira». E che è anche musa ispiratrice di splendide sceneggiature.
Dopo tanti copioni a più mani ha deciso di scrivere solo per se stesso e, soprattutto, di girare la sua storia da solo. Come mai?
«Il copione mi era stato commissionato dal produttore Beppe Caschetto per affidarlo poi a un regista ancora da scegliere. Senonché io non ho svolto il compito come mi era stato assegnato».
E' andato fuori tema?
«Praticamente sì. Volevo raccontare la storia che in quel momento sentivo di più. E Caschetto non solo mi ha lasciato fare, ma mi ha proposto di dirigerla».
Stare dietro la macchina da presa non è facile. Una sua sfida?
«Forse una scelta in cui hanno influito i miei cinquant'anni. Mi sono detto: " O adesso o mai più"».
Un'esperienza positiva, a giudicare dai risultati.
«Molto, anche se continuerò a fare lo sceneggiatore».
Mestiere che peraltro la impegna da più di vent'anni. Ha incominciato con Virzì?
«Sì, ho collaborato a "Condominio", un film scritto da Paolo e Felice Farina. Ma la prima vera sceneggiatura è stata quella per "La bella vita", che ha visto anche l'esordio nel cinema di Virzì come regista».
Con Paolo eravate compagni di liceo?
«Però non stavamo nella stessa classe, perché lui ha tre anni meno di me».
Il vostro sodalizio a quando risale?
«Ai tempi della compagni teatrale amatoriale livornese "L'isola del teatro", in cui tutti e due abbiamo fatto i primi passi nel mondo dello spettacolo».
Spesso amicizia e lavoro non vanno d'accordo.
«Per me e Paolo non è stato così. Lui per me è come un fratello, i nostri figli sono amici, siamo padrini di battesimo l'uno dei figli dell'altro, io sono stato testimone del suo matrimonio con Michela (Ramazzotti n.d.r). Siamo una cricca, un clan, una famiglia allargata...».
A proposito di famiglia, lei quanti figli ha?
«Due, un ragazzo di diciassette e una ragazza di 13».
Che amano il cinema?
«Direi di sì».
Ci sono buone prospettive che la seguano?
«Non credo, o almeno, per il momento non ci pensano».
Lei è nato a Roma e poi è arrivato a Livorno a dieci anni. Come mai?
«La mia mamma è livornese».
E suo padre?
«Pisano».
Un bel connubio!
«Infatti dico sempre che sono figlio dei Capuleti e dei Montecchi».
Suo fratello maggiore Alessandro dove vive?
«A Milano. Lui lavora come manager aziendale. Faceva come me parte della compagnia teatrale giovanile (dove c'erano Emanuele Barresi, Giorgio Algranti e un gruppo di amici che poi bene o male hanno avuto qualche esito professionale nel campo dello spettacolo). E come attore era forse il più talentuoso del gruppo. Ma ha preferito scegliere un'altra strada».
Parliamo del suo film. A cosa si ispira la storia?
«All'idea dell'intellettuale in crisi, in un paese come il nostro dove ci si vergogna a dire che si è colti. E tocca il tema importante della scuola, che sta attraversando un momento molto difficile. Ma anche il problema della paternità, che vivo direttamente sulla mia pelle: mio figlio non ha niente a che vedere con il ragazzo del film, ma come padre ho un punto di osservazione privilegiato, da dove vedo il modo di essere dei giovani romani, la maniera di esprimersi. Ascoltando i loro discorsi ho riempito interi taccuini di appunti, che poi sono serviti a costruire la storia».
Quanto sono durate le riprese?
«Sette settimane, in cui abbiamo girato a Roma nel quartiere dove abito io e dove abita Paolo Virzì, che è il San Saba, e poi al liceo Virgilio, un liceo storico della città dove studia anche mio figlio, coinvolto nel film con la sorella, i compagni e anche con mia moglie (l'attrice Raffaella Lebboroni n.d.r) che ha il ruolo dell'insegnante».
Tutta la famiglia Bruni dunque ha partecipato al film d'esordio del capo.
«Mancavano i miei genitori che non sono nemmeno riuscito a portare a Venezia, anche perché il mio babbo non può viaggiare».
Però saranno contenti del suo successo.
«Contentissimi! Leggono tutti i giornali, quindi stia attenta a ciò che scrive!».
Faremo del nostro meglio. Ma a proposito di genitori, torna spesso a trovarli? E che rapporto ha con Livorno, la città che in un certo senso ha segnato anche il suo percorso professionale?
«Ottimo e continuo. A Livorno, oltre alla mia famiglia d'origine, ho tanti amici e una casa dove vengo soprattutto in estate».
E va al mare?
«Ai Pancaldi come Virzì o al moletto di San Jacopo».
Anche in vacanza lei e Paolo siete dunque indivisibili. Ma lui come l'ha presa la sua svolta verso la regia?
«Mi ha incoraggiato moltissimo, è stato davvero affettuoso e altruista, anche perché io non l'ho coinvolto in nessuna forma e avrebbe potuto risentirsi. Invece ha letto la sceneggiatura, ha visto diverse versioni del montato ed è venuto a Venezia a tifare per me».
Niente gelosia allora.
«No, Paolo è una persona intelligente e generosa. E poi sono subito ritornato a lavorare per lui: abbiamo già scritto un nuovo copione e ne stiamo per preparando un altro».
Tutti i successi che avete avuto entrambi hanno come comune denominatore l'amicizia. «Un'amicizia che ha coinvolto non solo me e lui ma tanti altri. E il nostro è un sogno di ragazzi divenuto realtà bisognerebbe farci un film».
Torniamo a Livorno. Cosa le manca quando è lontano e di cosa invece non ha nostalgia? «Mi manca il mare e quella dimensione un po' californiana: asciugamano in spalle, ciabattine e via... Non sento nostalgia del vuoto culturale che purtroppo è radicato: la scomparsa dei cinema, le poche librerie, le poche occasioni di far cose interessanti. D'inverno trovo la città "malinconica", e meno male che io ci vengo in estate quando c'è Effetto Venezia!».
Che ha rischiato di chiudere i battenti.
«Per fortuna non è successo. Sarebbe stato un disastro».
Parliamo di calcio che a Livorno è molto partecipato. Lei è tifoso? E, se sì, per chi tifa?
«Sono sfegatato e tifo per la squadra della mia città. Con Virzì e Barresi, che a Roma abita vicino a noi, ci guardiamo sempre le partite su Sky. E a volte me le guardo da solo, con mia moglie che passa di tanto in tanto scuotendo la testa».
Cosa ne pensa del calcio livornese oggi?
«Ho visto la partita Livorno-Sampdoria e non mi sono entusiasmato. Mi sembra che abbiano ceduto pezzi buoni come Surraco e che manchi qualcosa in attacco».
Il sindaco Cosimi, nel rimpasto di giunta, ha chiesto a Igor Protti di entrare come assessore allo sport ma lui non ha ancora risposto. Lei cosa gli consiglia?
«Con Protti ho giocato a pallone una volta... Non lo conosco abbastanza ma so che è una persona seria e intelligente. Gli direi di accettare. Per il Comune e per lo sport sarebbe un arricchimento».
Classe 1961 (il 30 settembre compirà 50 anni e con "Scialla!" Si è voluto fare un bel regalo), nato a Roma ma vissuto a Livorno, città d'origine della madre - sposato con un'attrice bolognese, Raffaella Lebboroni, due figli adolescenti, un fratello maggiore, Alessandro, che vive a Milano ed è manager aziendale - Bruni con il giudizio positivo ottenuto in un festival che non fa sconti, porta ancora una volta, come tanti suoi concittadini, in alto il nome di una Livorno che ha molto da dare. Una città, dove ritorna sempre con gioia, specialmente in estate «per quel clima californiano che vi si respira». E che è anche musa ispiratrice di splendide sceneggiature.
Dopo tanti copioni a più mani ha deciso di scrivere solo per se stesso e, soprattutto, di girare la sua storia da solo. Come mai?
«Il copione mi era stato commissionato dal produttore Beppe Caschetto per affidarlo poi a un regista ancora da scegliere. Senonché io non ho svolto il compito come mi era stato assegnato».
E' andato fuori tema?
«Praticamente sì. Volevo raccontare la storia che in quel momento sentivo di più. E Caschetto non solo mi ha lasciato fare, ma mi ha proposto di dirigerla».
Stare dietro la macchina da presa non è facile. Una sua sfida?
«Forse una scelta in cui hanno influito i miei cinquant'anni. Mi sono detto: " O adesso o mai più"».
Un'esperienza positiva, a giudicare dai risultati.
«Molto, anche se continuerò a fare lo sceneggiatore».
Mestiere che peraltro la impegna da più di vent'anni. Ha incominciato con Virzì?
«Sì, ho collaborato a "Condominio", un film scritto da Paolo e Felice Farina. Ma la prima vera sceneggiatura è stata quella per "La bella vita", che ha visto anche l'esordio nel cinema di Virzì come regista».
Con Paolo eravate compagni di liceo?
«Però non stavamo nella stessa classe, perché lui ha tre anni meno di me».
Il vostro sodalizio a quando risale?
«Ai tempi della compagni teatrale amatoriale livornese "L'isola del teatro", in cui tutti e due abbiamo fatto i primi passi nel mondo dello spettacolo».
Spesso amicizia e lavoro non vanno d'accordo.
«Per me e Paolo non è stato così. Lui per me è come un fratello, i nostri figli sono amici, siamo padrini di battesimo l'uno dei figli dell'altro, io sono stato testimone del suo matrimonio con Michela (Ramazzotti n.d.r). Siamo una cricca, un clan, una famiglia allargata...».
A proposito di famiglia, lei quanti figli ha?
«Due, un ragazzo di diciassette e una ragazza di 13».
Che amano il cinema?
«Direi di sì».
Ci sono buone prospettive che la seguano?
«Non credo, o almeno, per il momento non ci pensano».
Lei è nato a Roma e poi è arrivato a Livorno a dieci anni. Come mai?
«La mia mamma è livornese».
E suo padre?
«Pisano».
Un bel connubio!
«Infatti dico sempre che sono figlio dei Capuleti e dei Montecchi».
Suo fratello maggiore Alessandro dove vive?
«A Milano. Lui lavora come manager aziendale. Faceva come me parte della compagnia teatrale giovanile (dove c'erano Emanuele Barresi, Giorgio Algranti e un gruppo di amici che poi bene o male hanno avuto qualche esito professionale nel campo dello spettacolo). E come attore era forse il più talentuoso del gruppo. Ma ha preferito scegliere un'altra strada».
Parliamo del suo film. A cosa si ispira la storia?
«All'idea dell'intellettuale in crisi, in un paese come il nostro dove ci si vergogna a dire che si è colti. E tocca il tema importante della scuola, che sta attraversando un momento molto difficile. Ma anche il problema della paternità, che vivo direttamente sulla mia pelle: mio figlio non ha niente a che vedere con il ragazzo del film, ma come padre ho un punto di osservazione privilegiato, da dove vedo il modo di essere dei giovani romani, la maniera di esprimersi. Ascoltando i loro discorsi ho riempito interi taccuini di appunti, che poi sono serviti a costruire la storia».
Quanto sono durate le riprese?
«Sette settimane, in cui abbiamo girato a Roma nel quartiere dove abito io e dove abita Paolo Virzì, che è il San Saba, e poi al liceo Virgilio, un liceo storico della città dove studia anche mio figlio, coinvolto nel film con la sorella, i compagni e anche con mia moglie (l'attrice Raffaella Lebboroni n.d.r) che ha il ruolo dell'insegnante».
Tutta la famiglia Bruni dunque ha partecipato al film d'esordio del capo.
«Mancavano i miei genitori che non sono nemmeno riuscito a portare a Venezia, anche perché il mio babbo non può viaggiare».
Però saranno contenti del suo successo.
«Contentissimi! Leggono tutti i giornali, quindi stia attenta a ciò che scrive!».
Faremo del nostro meglio. Ma a proposito di genitori, torna spesso a trovarli? E che rapporto ha con Livorno, la città che in un certo senso ha segnato anche il suo percorso professionale?
«Ottimo e continuo. A Livorno, oltre alla mia famiglia d'origine, ho tanti amici e una casa dove vengo soprattutto in estate».
E va al mare?
«Ai Pancaldi come Virzì o al moletto di San Jacopo».
Anche in vacanza lei e Paolo siete dunque indivisibili. Ma lui come l'ha presa la sua svolta verso la regia?
«Mi ha incoraggiato moltissimo, è stato davvero affettuoso e altruista, anche perché io non l'ho coinvolto in nessuna forma e avrebbe potuto risentirsi. Invece ha letto la sceneggiatura, ha visto diverse versioni del montato ed è venuto a Venezia a tifare per me».
Niente gelosia allora.
«No, Paolo è una persona intelligente e generosa. E poi sono subito ritornato a lavorare per lui: abbiamo già scritto un nuovo copione e ne stiamo per preparando un altro».
Tutti i successi che avete avuto entrambi hanno come comune denominatore l'amicizia. «Un'amicizia che ha coinvolto non solo me e lui ma tanti altri. E il nostro è un sogno di ragazzi divenuto realtà bisognerebbe farci un film».
Torniamo a Livorno. Cosa le manca quando è lontano e di cosa invece non ha nostalgia? «Mi manca il mare e quella dimensione un po' californiana: asciugamano in spalle, ciabattine e via... Non sento nostalgia del vuoto culturale che purtroppo è radicato: la scomparsa dei cinema, le poche librerie, le poche occasioni di far cose interessanti. D'inverno trovo la città "malinconica", e meno male che io ci vengo in estate quando c'è Effetto Venezia!».
Che ha rischiato di chiudere i battenti.
«Per fortuna non è successo. Sarebbe stato un disastro».
Parliamo di calcio che a Livorno è molto partecipato. Lei è tifoso? E, se sì, per chi tifa?
«Sono sfegatato e tifo per la squadra della mia città. Con Virzì e Barresi, che a Roma abita vicino a noi, ci guardiamo sempre le partite su Sky. E a volte me le guardo da solo, con mia moglie che passa di tanto in tanto scuotendo la testa».
Cosa ne pensa del calcio livornese oggi?
«Ho visto la partita Livorno-Sampdoria e non mi sono entusiasmato. Mi sembra che abbiano ceduto pezzi buoni come Surraco e che manchi qualcosa in attacco».
Il sindaco Cosimi, nel rimpasto di giunta, ha chiesto a Igor Protti di entrare come assessore allo sport ma lui non ha ancora risposto. Lei cosa gli consiglia?
«Con Protti ho giocato a pallone una volta... Non lo conosco abbastanza ma so che è una persona seria e intelligente. Gli direi di accettare. Per il Comune e per lo sport sarebbe un arricchimento».
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