Il Tirreno

Livorno

Il trionfo di Bruni: un padre allo sbando, un figlio in crisi e la riscoperta della gioia di vivere

Fabio Canessa
Il trionfo di Bruni: un padre allo sbando, un figlio in crisi e la riscoperta della gioia di vivere

Mostra di Venezia. Il livornese Francesco Bruni (senza Virzì) diventa regista e fa centro con “Scialla”, un film sulla riscoperta dei valori della famiglia accolto con un applauso interminabile nella Sala Grande del festival

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VENEZIA. Un applauso interminabile in Sala Grande ha decretato il trionfo del livornese Francesco Bruni, all'esordio nella regia con “Scialla”, nella sezione Controcampo della Mostra veneziana, storia di un maturo ex-insegnante allo sbando che ritrova la sua identità scoprendo di avere un figlio quindicenne, a sua volta in grave crisi adolescenziale, fra pessimi risultati scolastici e cattivissime compagnie.

Insieme riscopriranno i loro ruoli e la gioia di vivere. Accattivante e piacione fino a sfiorare la ruffianeria, il film liscia il pubblico dalla parte del pelo, sfruttando gli stereotipi del rapporto padre-figlio, dell'uggia scolastica, della pornostar dal cuore d'oro, delle trappole della droga e della malavita, ma lo fa con abilità e scaltrezza, confezionando un prodotto riuscito, in grado di coinvolgere ed emozionare il pubblico dei padri e dei figli.

Già sceneggiatore di vaglia per l'amico regista Paolo Virzì (presente in sala a festeggiare l'esordio dell'ex-compagno di liceo), Bruni dimostra di essere anche un regista maturo (anche se dimentica di aggiungere qualche goccia di agro all'eccesso di zucchero), per l'efficace messinscena di un plot brillante e per la capacità di dirigere gli attori, fra cui spicca lo stropicciato Fabrizio Bentivoglio.

Non si può dire invece lo stesso per l'esordio nella regia di Maria Grazia Cucinotta: il suo cortometraggio “Il maestro” è un esempio di dilettantismo imbarazzante. Per quanto riguarda il concorso, esito opposto per due celebrati maestri. Il canadese David Cronenberg conferma il suo talento straordinario con “A dangerous method”, raccontando da par suo il conflitto tra Freud e Jung e la complessa storia d'amore di quest'ultimo con una giovane paziente.

Meno visionario del solito, anzi talvolta fin troppo algido e letterario, Cronenberg orchestra una sinfonia del desiderio e della sua repressione, tra palpiti masochisti nella composta borghesia mitteleuropea di inizio Novecento, con una ricostruzione storica filologicamente rigorosa e un quartetto di attori coi fiocchi.

Molto più bollente lui dell'“Estate bollente” del collega francese Philippe Garrel, che ripropone stancamente i cliché più insopportabili dell'intellettualismo d'oltralpe. Non basta il nudo integrale di Monica Bellucci per animare una sciarada sentimentale vacua e noiosissima, con gli attori che si guardano in silenzio per lunghi interminabili minuti, mentre si consuma una banale storia di tradimenti, compiaciuta dei cascami dell'amor fou. Si sbadiglia molto, quando non si ride per l'umorismo inviolontario dei dialoghi.

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