Il Tirreno

Livorno

Caro vescovo Alberto, quanto ci manchi È passato un anno e sembra un secolo

Luano Fattorini   (associaz. Alberto Ablondi)

3 MINUTI DI LETTURA





 E' solo un anno che Ablondi è morto e mi sembra già un secolo.  Mi manca la sua gratuita amicizia, il suo interesse a ciò che penso, a ciò che faccio.  Mi manca la sua parola toccante, profonda, mi manca la sua ironia, perfino l'ironia sulle proprie disgrazie. Mi manca quel bene che cerca e che trova dovunque, in chiunque, ma soprattutto lui, mi manca, mons. Ablondi, che lo cercava ancora, il bene, nonostante tutto, nonostante il male; che lo cercava ancora pur avendolo trovato, ma per trovarlo ancora "oltre", sempre più "oltre", per trovarlo insieme con gli altri.  Mi manca profondamente il suo profondo respiro di Chiesa, la sua libertà di spirito e il suo disarmante ottimismo sull'uomo e sulla vita.  Mi manca la sua critica saggia e sottile, la sua risata simpatica e riconciliante.  Fin da piccolo ho avuto la grazia di conoscere la Chiesa, ma in seguito anche la tentazione, ricorrente, di abbandonarla. Di abbandonarla per coerenza, per ragionamento, quasi per fede. Ho trovato in Ablondi un'ancora sicura alla mia permanenza nella Chiesa, un'ancora supplementare della mia povera fede, un aiuto autorevole alla riconciliazione costante tra fede e ragione. Tra verità e carità. Tra fallimento e cristianesimo; anzi ho trovato in lui un cristianesimo senza trionfalismi e senza fronzoli di poteri profani.  Mi manca la sua Chiesa della sinodalità e della convivialità. E del "camminare insieme" di una comunità, di un popolo, come nel Sinodo (che significa "camminare insieme") dell'84, quel Sinodo diocesano che ha fatto storia, nella città, il Sinodo del rapporto con la popolazione, con il difficile mondo del lavoro e della politica, quello che ha fatto storia in Italia.  Mi manca la sua Chiesa dei consigli pastorali, dove ogni cristiano era ritenuto importante. Ablondi non era un Capo assoluto, ma neppure voleva essere chiamato "eccellenza" come si addice ad un vescovo. Non voleva neppure apparire un uomo di comando, sebbene il vescovo ha una funzione anche di governo della chiesa particolare, bensì appariva un uomo del dialogo, della comunione.  Mi manca la sua mondialità che faceva crescere anche noi. Spesso a giro per il mondo, o a servire la Chiesa italiana, a Roma o il Vaticano oppure i Papi, che tante volte lo hanno chiamato a posti di prestigio, da lui troppe volte rifiutati. Forse rifiutati anche per non lasciare la sua Livorno. Forse anche per poter continuare a portare avanti i suoi importanti impegni in campo ecumenico.  Non era un vescovo che dava soggezione. La sua alta dignità non dipendeva dall'antico privilegio di dignitari della sacra gerarchia della chiesa, ma dalla sua vicinanza all'"altro", dalla carica di umanità e di amicizia. La sua casa era con le porte aperte per tutti, perfino per i ladri che l'hanno spesso visitata. Voleva essere ed era uno di noi. Uomo, cittadino, "laico" come noi, livornese come noi.  Mi manca la gioia della sua fede, vissuta insieme al suo presbiterio ed al suo popolo, una gioia visibile, tangibile. Attraeva specialmente i "lontani": anzi, diceva lui, coloro dai quali noi cristiani ci eravamo allontanati.  Mi manchi ma so che ci sei ancora, caro vescovo Alberto. E ci guardi, e preghi "per" questa nostra - "tua" - sua Chiesa, e preghi e gioisci "con" la Chiesa di Cristo. Che lo Spirito susciti, in questa sua/nostra Chiesa, in questa amata città, in queste tante "città" di questa amata terra, tanti Ablondi, tanti uomini così, tanti cristiani così, tanti sacerdoti così.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore