Gioco
Insegnanti di sostegno, una scelta di vita
Roberto Olivato
Intervista alla dottoressa Ilaria Boldrini, insegnante di sostegno alle scuole Borsi. "Deve esserci una coevoluzione dell'apprendimento, cioè dove si impara in due, chi ha un deficit e chi non ha un deficit.”
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Siamo a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico e nell’ambito dell’educazione scolastica, una parte di essa riguarda alcuni insegnanti, un certo numero di famiglie e loro figli con specifiche problematiche. Inizialmente il sostegno a questi ragazzi, diversamente abili, veniva posto sottoforma di un volontariato spontaneo, senza una preparazione specifica. Col passare degli anni, l’assistenza è stata sostituita da figure più specificatamente preparate con una maggiore professionalità. Alla fine degli anni Settanta, nascono i primi corsi universitari, istituiti per creare una nuova figura di docente: ‘’l’ insegnante di sostegno’’, specializzato nell'assistenza e formazione di alunni diversamente abili o appartenenti a categorie di disagio sociale, culturale o familiare.
Tutto ciò è molto impegnativo come ricorda la dottoressa Ilaria Boldrini, insegnante di sostegno presso le scuole Borsi. Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad intraprendere questa particolare professione? Ho scelto di dedicarmi a ragazzi diversamente abili in ambito formativo- educativo, perché credo nella possibilità del cambiamento o meglio, credo che nell'ambito scolastico, come afferma il Prof. Andrea Canevaro (direttore del dipartimento di Scienze dell'Educazione presso l’università degli studi di Bologna ndr) ‘’ci possa essere una coevoluzione dell'apprendimento, cioè dove si impara in due, chi ha un deficit e chi non ha un deficit.”.
Che studi necessitano per diventare insegnante di sostegno? Per insegnare nella scuola secondaria, di primo e secondo grado, si deve conseguire una laurea e svolgere tre anni di scuola di specializzazione universitaria, comprensiva di esame d'ingresso e tirocinio formativo, che abilita all'insegnamento della propria disciplina e al “sostegno”. Lei sostiene che il nome ‘’insegnanti di sostegno’’ sia improprio, ci spiega perché? Perché il termine ‘’sostegno’’ è interpretato in modo errato, esso viene ritenuto come quell’elemento che serve a dare sicurezza psicologica, validità logica, appoggio morale e materiale. Personalmente, non ritengo di dover dare a ragazzi diversamente abili né appoggio morale, né tanto meno sicurezza, semmai credo di dover favorire lo sviluppo delle loro potenzialità e delle loro reali abilità, in modo che acquisiscano strumenti a sostegno dell' autonomia sociale e operativa, sia in ambito scolastico che nella vita di tutti i giorni. L'insegnante di sostegno è un docente curricolare che definirei “mediatore per l'integrazione”.
Che differenza c’è fra insegnate di sostegno e curriculare? L'insegnante curricolare è un docente abilitato e/o specializzato in una determinata disciplina che opera in ambito formativo sugli alunni di un gruppo classe, per il raggiungimento di determinati obiettivi didattici e educativi. Quello di sostegno è un docente specializzato che deve saper applicare efficaci strategie in ambito cognitivo e relazionale oltre ad avere competenze organizzative, favorendo l'integrazione dell'alunno, con bisogni speciali, in un percorso strutturato nei metodi , nelle finalità e negli obiettivi. Il vostro ruolo, all’interno della scuola, è qualitativamente e professionalmente considerato o siete ritenuti insegnanti di serie B? Per esperienza, credo che il problema reale non è se siamo considerati o meno insegnanti di “serie B”, ma sia quello di ridefinire giuridicamente e quindi professionalmente la nostra figura all'interno di una valida riforma della scuola, affinché si possa svolgere la nostra attività in modo, chiaro, mirato e qualitativamente migliore. Attualmente esiste una differenza tra quello che dovrebbe essere il nostro ruolo ben definito dalla legge e quello che avviene nella realtà scolastica all'interno delle classi, perché oltre agli alunni italiani, sono presenti in numero sempre crescente anche alunni stranieri, spesso arrivati da poco nel nostro paese e provenienti da realtà culturali molto diverse tra loro. Siete preparati per questa nuova realtà?
Noi dovremmo seguire al massimo due alunni disabili, per favorirne un'adeguata integrazione, ma in realtà, essendo insegnanti anche della classe, con funzione di mediazione didattica ed educativa, abbiamo il dovere morale ed oggettivo d’ intervenire sia su alunni stranieri che nella prima fase di alfabetizzazione manifestano anche altri tipi di disagio, dovuto spesso alla scarsa o totale non conoscenza della lingua italiana, sia su alunni italiani che possono presentare specifiche problematiche relativamente al metodo di studio. Se a ciò aggiungiamo la scarsità di risorse di cui soffre l'istituzione scolastica è facile dedurre che tutto il sistema educativo stia vivendo un momento di notevole crisi e che anche l'insegnante di sostegno si ritrovi ad affrontare quantitativamente e qualitativamente una mole di lavoro non indifferente.
Che cosa dovrebbe fare la scuola, per migliorare le condizioni di apprendimento degli alunni portatori di handicap in riferimento alle aspettative delle loro famiglie? Le famiglie dei ragazzi diversamente abili che ho conosciuto, nonostante molte delusioni e incertezze, credono molto nel valore formativo della scuola ed in essa spesso ripongono la loro fiducia, poiché il percorso scolastico fa parte del progetto di vita dei loro figli. Quindi penso che nell'istituzione scolastica debba svilupparsi maggiormente e principalmente il valore dell'interazione tra le parti attive, che collaborano per l'integrazione; un obiettivo anche piccolo non è raggiungibile se non sussiste uno sforzo comune. Se dovesse tornare indietro negli anni, rifarebbe la stessa scelta? Un ragazzo autistico che ora frequenta la scuola superiore, finito l'esame di Stato della terza media, mi guardò negli occhi e mi disse: “Mi mancherai. Ti voglio bene”. Si, rifarei la stessa scelta.
Tutto ciò è molto impegnativo come ricorda la dottoressa Ilaria Boldrini, insegnante di sostegno presso le scuole Borsi. Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad intraprendere questa particolare professione? Ho scelto di dedicarmi a ragazzi diversamente abili in ambito formativo- educativo, perché credo nella possibilità del cambiamento o meglio, credo che nell'ambito scolastico, come afferma il Prof. Andrea Canevaro (direttore del dipartimento di Scienze dell'Educazione presso l’università degli studi di Bologna ndr) ‘’ci possa essere una coevoluzione dell'apprendimento, cioè dove si impara in due, chi ha un deficit e chi non ha un deficit.”.
Che studi necessitano per diventare insegnante di sostegno? Per insegnare nella scuola secondaria, di primo e secondo grado, si deve conseguire una laurea e svolgere tre anni di scuola di specializzazione universitaria, comprensiva di esame d'ingresso e tirocinio formativo, che abilita all'insegnamento della propria disciplina e al “sostegno”. Lei sostiene che il nome ‘’insegnanti di sostegno’’ sia improprio, ci spiega perché? Perché il termine ‘’sostegno’’ è interpretato in modo errato, esso viene ritenuto come quell’elemento che serve a dare sicurezza psicologica, validità logica, appoggio morale e materiale. Personalmente, non ritengo di dover dare a ragazzi diversamente abili né appoggio morale, né tanto meno sicurezza, semmai credo di dover favorire lo sviluppo delle loro potenzialità e delle loro reali abilità, in modo che acquisiscano strumenti a sostegno dell' autonomia sociale e operativa, sia in ambito scolastico che nella vita di tutti i giorni. L'insegnante di sostegno è un docente curricolare che definirei “mediatore per l'integrazione”.
Che differenza c’è fra insegnate di sostegno e curriculare? L'insegnante curricolare è un docente abilitato e/o specializzato in una determinata disciplina che opera in ambito formativo sugli alunni di un gruppo classe, per il raggiungimento di determinati obiettivi didattici e educativi. Quello di sostegno è un docente specializzato che deve saper applicare efficaci strategie in ambito cognitivo e relazionale oltre ad avere competenze organizzative, favorendo l'integrazione dell'alunno, con bisogni speciali, in un percorso strutturato nei metodi , nelle finalità e negli obiettivi. Il vostro ruolo, all’interno della scuola, è qualitativamente e professionalmente considerato o siete ritenuti insegnanti di serie B? Per esperienza, credo che il problema reale non è se siamo considerati o meno insegnanti di “serie B”, ma sia quello di ridefinire giuridicamente e quindi professionalmente la nostra figura all'interno di una valida riforma della scuola, affinché si possa svolgere la nostra attività in modo, chiaro, mirato e qualitativamente migliore. Attualmente esiste una differenza tra quello che dovrebbe essere il nostro ruolo ben definito dalla legge e quello che avviene nella realtà scolastica all'interno delle classi, perché oltre agli alunni italiani, sono presenti in numero sempre crescente anche alunni stranieri, spesso arrivati da poco nel nostro paese e provenienti da realtà culturali molto diverse tra loro. Siete preparati per questa nuova realtà?
Noi dovremmo seguire al massimo due alunni disabili, per favorirne un'adeguata integrazione, ma in realtà, essendo insegnanti anche della classe, con funzione di mediazione didattica ed educativa, abbiamo il dovere morale ed oggettivo d’ intervenire sia su alunni stranieri che nella prima fase di alfabetizzazione manifestano anche altri tipi di disagio, dovuto spesso alla scarsa o totale non conoscenza della lingua italiana, sia su alunni italiani che possono presentare specifiche problematiche relativamente al metodo di studio. Se a ciò aggiungiamo la scarsità di risorse di cui soffre l'istituzione scolastica è facile dedurre che tutto il sistema educativo stia vivendo un momento di notevole crisi e che anche l'insegnante di sostegno si ritrovi ad affrontare quantitativamente e qualitativamente una mole di lavoro non indifferente.
Che cosa dovrebbe fare la scuola, per migliorare le condizioni di apprendimento degli alunni portatori di handicap in riferimento alle aspettative delle loro famiglie? Le famiglie dei ragazzi diversamente abili che ho conosciuto, nonostante molte delusioni e incertezze, credono molto nel valore formativo della scuola ed in essa spesso ripongono la loro fiducia, poiché il percorso scolastico fa parte del progetto di vita dei loro figli. Quindi penso che nell'istituzione scolastica debba svilupparsi maggiormente e principalmente il valore dell'interazione tra le parti attive, che collaborano per l'integrazione; un obiettivo anche piccolo non è raggiungibile se non sussiste uno sforzo comune. Se dovesse tornare indietro negli anni, rifarebbe la stessa scelta? Un ragazzo autistico che ora frequenta la scuola superiore, finito l'esame di Stato della terza media, mi guardò negli occhi e mi disse: “Mi mancherai. Ti voglio bene”. Si, rifarei la stessa scelta.
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