Gioco
La mia isola felice è in Polonia ma Livorno mi manca
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Gianbruno Torrano davanti al municipio di Jelcz, sede dei seminari di Melodrama 5 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Dice di essere nato per caso a Prato, città dove il nonno materno, carabiniere, fu inviato in missione negli ultimi anni della sua carriera. Ma spiega che l'infanzia e l'adolescenza le ha trascorse a Livorno, luogo dove torna appena ha qualche giorno libero. Origini calabresi da parte di madre e campane da parte di padre, Gianbruno Torrano, classe 1970, di professione interprete e organizzatore di eventi, aveva pochi mesi quando andò con la famiglia a vivere Aversa, in provincia di Caserta, per poi "emigrare" a sei anni, insieme ai genitori a Livorno dove, a parte il periodo dell'università a Firenze, è rimasto fino al 2007, anno in cui si è trasferito definitivamente in Polonia, dando una svolta alla sua vita, sia nel lavoro che in amore. Figlio di Enzo, impiegato di banca, e di Gabriella - insegnante di un istituto tecnico, che una volta a Livorno ha deciso di lasciare la scuola per fare la sarta - una sorella maggiore, Rossella di 33 anni, infermiera, Torrano da 4 anni vive a Wroclaw, capitale della Bassa Slesia, città di 640 mila abitanti, dove è approdato grazie a un viaggio turistico, per poi fermarsi, complice anche l'amore ma non solo, per Ewa, una bella e dolce ragazza polacca con cui ora convive. Partiamo da lei bambino, che dalla Campania approda a Livorno. Com'è stato l'impatto dal Sud al Nord? «Negativo, perché pur non parlando il dialetto casertano, avevo un accento diverso da quello degli altri bambini. E loro mi prendevano continuamente in giro». Poi però il suo accento si è livornesizzato. «Con gli anni si è trasformato, ma i primi tempi sono stati duri». A Livorno ha frequentato anche le superiori? «Ho fatto il liceo classico e poi, per andare all'università, facoltà di giurisprudenza, mi sono spostato a Firenze». Dopo la laurea cosa è successo? «Ho fatto un anno di pratica come avvocato, prima a Prato da uno zio e in seguito a Livorno. Ma non volevo rimanere in Italia, già recitavo in maniera amatoriale, e sono andato a Parigi per seguire un corso di mimo». Il trasferimento in Polonia invece a cosa è dovuto? «La prima volta ci sono venuto in qualità di turista con un biglietto economico last minute. E poi sono tornato per fare un ultimo tentativo nel teatro, iscrivendomi a un workshop con Zigmund Molik, attore molto importante della scuola di Grotowski». Quindi si è trasferito definitivamente per seguire i progetti di Theatralia? «Sì. Ho conosciuto a Livorno Pietro Cennamo. Aveva già molte idee da sviluppare in Polonia, l'ho seguito, abbiamo vissuto insieme per due mesi, poi lui è tornato a Livorno e io sono rimasto qua, per occuparmi dell'organizzazione del festival Melodrama e di altre attività di Theatralia». Adesso lei è residente a Wroclaw. Ma in tutto questo ha influito l'amore per Ewa, la sua attuale fidanzata polacca? «Certo, anche se non è stato il motivo determinante: avremmo infatti potuto vivere insieme da un'altra parte». Ewa lavora o studia? «Lavora. E' controller finanziario. Figura molto richiesta qui dalle società con grandi movimenti di denaro, per verificare dove finiscono i soldi». In Polonia è facile trovare lavoro? «Sì. La situazione si sta evolvendo continuamente. E, mentre da noi si è ancora legati al problema del posto fisso, qui l'economia permette ai giovani di cambiare impiego ogni due anni». La flessibilità che per noi italiani risulta dannosa, in Polonia è dunque un privilegio? «E' considerata una ricerca per evolversi, guadagnare di più, mettere nel curriculum differenti esperienze, migliorare e crescere». L'atmosfera che si respira insomma è entusiasmante. «Molto lontana dal nostro immaginario. Gli italiani infatti pensano che la Polonia sia solo composta da badanti, dal papa o da qualche artista. In realtà, e l'ho verificato in 4 anni, questo paese ha avuto un'evoluzione rapidissima, non sempre significa positiva, ma pur sempre un'evoluzione». O in ogni caso un cambiamento. «Un grande cambiamento. L'atmosfera è davvero scoppiettante, di vitalità in qualsiasi ambito professionale». Torniamo a lei. Quando è venuto in Polonia conosceva la lingua? «No. E ho fatto molta fatica a impararla. Il polacco è completamente diverso dall'italiano, ha suoni per noi impronunciabili. Tuttavia, dopo quattro anni, non ho più bisogno della traduttrice, al contrario faccio io il traduttore, anche se chiaramente con qualche errore...». E' andato a scuola? «Sì, ma a spingermi è stata soprattutto la passione per le lingue e la voglia di non avere filtri, di capire da solo ciò che dicono i miei interlocutori: conosco il francese, l'inglese, lo spagnolo. Da ragazzo avevo iniziato anche il cinese e adesso sto cominciando a studiare il tedesco...». Il rapporto con i polacchi è stato subito idilliaco? «Da principio ho avuto qualche difficoltà, perché sono diffidenti e individualisti, cosa che a Livorno invece non esiste: i livornesi sono persone di cuore e la loro generosità mi manca molto, così come ho nostalgia del caffè dell'amico offerto al bar, dove quasi si litiga per pagare. Cosa qui inesistente, perché ognuno paga solo per sé». Da cosa dipende l'individualismo dei polacchi? «Fa parte del momento storico che stanno vivendo, dopo il comunismo e il socialismo. Un momento in cui ognuno ha deciso che deve raggiungere il benessere a discapito degli altri. E che passerà quando ci si renderà conto che il denaro non è la sola cosa per essere felici». Cosa ne pensano mamma e babbo, ormai livornesi a tutti gli effetti, del loro figlio emigrato in Polonia? «All'inizio non l'hanno presa benissimo. Poi sono venuti a trovarmi, hanno visto l'ambiente e si sono tranquillizzati». In questo periodo stanno dilagando scippi, furti e atti di vandalismo. Com'è invece la situazione da voi? «Tranquillissima, la mia ragazza può tornare a casa da sola alle tre di notte senza che nessuno la disturbi. Non esistono stupri, i furti in casa avvengono di rado, non ci sono sbarre alle finestre. E anche se in città come Cracovia e Varsavia qualche pericolo in più c'è, rispetto a quanto accade in Italia qui è un paradiso». Ma non le mancano l'Italia, Livorno, il mare? «Il mare mi manca moltissimo, i frutti di mare anche perché qui non si trovano. Così come mi mancano gli affetti e gli amici, però qui ho costruito, grazie anche a Pietro Cennamo e al gruppo di Theatralia, una cerchia di amicizie internazionali, che non mi fanno mai sentire solo».
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