Lex assessore critica lacquisizione della Labronica. «Renzi non avrebbe pensato a una variante alle Cascine...»
«La Ceschina? C'erano già idee e soldi»
Juna Goti
D'Alesio svela il progetto finanziato dall'Unire: niente edifici, ma verde e arene
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LIVORNO. «Vi immaginate cosa accadrebbe a Firenze se Renzi si svegliasse e facesse una variante per il parco delle Cascine? Ecco, il nostro parco gioiello è la Ceschina. E a dirla tutta un progetto deliberato e finanziato c'è già....». Attilio D'Alesio ha diretto l'ippodromo Caprilli per 37 anni, fino a pochi mesi fa. Parla in tripla veste visto che fino al 2008 è stato assessore allo sport (è sua l'idea della Cittadella dello sport) e da tempo presiede il coordinamento ippodromi che riunisce dodici strutture italiane. Con lui ricostruiamo la storia del Caprilli e del parco che si affaccia sul viale Italia, oggetto della delibera che ha scatenato il caos in giunta e le dimissioni di Ritorni. La delibera prevedeva la realizzazione di due edifici di 5mila metri quadri alla Ceschina, per rendere «più appetibile» l'ippodromo che andrà a gara a fine anno. D'Alesio parte da lontano: «L'ippodromo è stato donato al Comune dalla famiglia Cave Bondi negli anni Trenta con una destinazione d'uso ben precisa: 17 ettari dedicati al divertimento, ai cavalli. Accanto c'era la Ceschina, un'area di 13 ettari dove i fascisti organizzavano la Festa del mare. Negli anni Novanta l'ippodromo da me diretto propose al Comune di acquistarla per usarla come area a verde attrezzato. L'Unire stava investendo sul miglioramento delle strutture italiane...». Così l'amministrazione Lamberti acquista il bosco (è il 1998), mentre la Labronica Corse (partecipata al 50 per cento dal Comune) presenta un progetto che porta la firma di Mazzanti e Bertocchini per realizzare alla Ceschina un campo di equitazione (ippoterapia e lezioni), uno chalet, un'arena all'aperto, giochi. Nel '99 la giunta dice sì e il disegno viene approvato dall'Unire che, con la delibera numero 2957 del 2000, stanzia 2.800.000 euro. Non servono varianti, il disegno è esecutivo e pronto a partire, tanto che «sulla scrivania c'erano già le concessioni edilizie». Accade, però, che al vertice dell'Unire arriva Franco Panzironi che stoppa i 52milioni di euro previsti in tutta Italia. Nel 2004 cambiano anche le convenzioni tra le società che gestiscono le piste e l'Unire, scatenando la crisi dell'ippica. I trasferimenti per il Caprilli passano da 2.200.000 euro a 1.600.000: la Labronica (dal 2004 al 2010) scende da un patrimonio di 1.618.140 euro a poco più di 20mila, accumulando un debito di circa 500mila euro. D'Alesio torna a dirigere il Caprilli nel 2009, dopo un mandato da assessore. Come risolvere la questione della disastrata Labronica? Il Comune acquisisce a un euro tutte le quote. «Ma è stata un'operazione senza senso - tuona l'ex direttore - a Merano erano nella stessa condizione: il Comune partecipava al 49 per cento la società, anziché acquisire tutto, ha venduto le quote a 70mila euro. Al contrario il nostro Comune si è messo sulle spalle 20 dipendenti e 500mila euro di debito, con una gara incerta sul futuro della struttura. Io provai a spiegare che sarebbe stata una scelta sbagliata ma...». La Labronica viene messa in liquidazione e D'Alesio licenziato. L'ippodromo è affidato in via provvisoria alla pisana Alfea con qualche mal di pancia «perché da quando è nato il Caprilli è sempre stato gestito da una onlus e non da una Spa...». E il progetto della Ceschina? La famosa delibera con oltre due milioni di euro si sblocca nel 2008, quando cambiano di nuovo i vertici dell'Unire. «Nel 2009 ho ripresentato tutto all'ente che ha messo di nuovo a disposizione quei soldi. Ora serve una società che riprenda in mano la partita. Ma soprattutto serve che il gestore lavori col Comune per valorizzare la storia del Caprilli, battendosi insieme agli altri ippodromi italiani per riavere i finanziamenti». Nel frattempo, infatti, l'Unire ha perso il ricorso al consiglio di stato sulle convenzioni e la nuova finanziaria prevede la sua trasformazione in agenzia. «Ci sono trenta ippodromi di proprietà dei Comuni in Italia - chiude D'Alesio - e a nessuno è venuto in mente di fare una variante. Il Caprilli è un gioiello e un progetto per il parco c'è già. La risposta sta nell'ippica, nel verde attrezzato e nelle società no profit che fanno anche cultura. Non in centri benessere e foresterie...».
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