Italia
LA NOSTRA STORIA VA IN MALORA LA FORTEZZA NE E' L'ESEMPIO
Dario Matteoni
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Torna al centro del dibattito lo stato di degrado nel quale, ormai da tempo, versa uno dei maggiori monumenti cittadini, la Fortezza Nuova. A rilanciare la denuncia sul deprecabile stato di abbandono, è stato Paolo Virzì, in una testimonianza tutta giocata sul filo della memoria e della nostalgia, evocando un tempo perduto, forse, a ben vedere, non così idilliaco, ma questa è altra storia. Da qui il dibattito riaperto dal Tirreno. E poi, come è ovvio, le affannate dichiarazioni dell'amministrazione comunale, che intende rassicurare su futuri e ipotetici finanziamenti destinati al restauro della Fortezza, ma, ammette - ci auguriamo con un certo imbarazzo! - che si tratta di progetti a uno stato ancora embrionale. Non solo: qualsiasi idea relativa alla futura gestione e alla possibile destinazione viene posticipata a scenari "futuribili", come se fosse possibile scindere il progetto di restauro della Fortezza Nuova dalle vocazioni che qui si vorrebbero valorizzare: parco tematico connesso alle tante vicende della storia livornese delle quali è stato scenario; museo di sè stessa, in stretta connessione con il sistema delle fortificazioni ancora esistenti; punto di arrivo di un suggestivo percorso di visita delle testimonianze che attraversano la storia della fortificazione dal Cinquecento fino all'età napoleonica, o altro ancora si voglia immaginare. E viene da chiedersi se quest'assenza di destinazione sia davvero casuale. Come sottrarsi, allora, alla denuncia dello stato di abbandono nel quale ormai sopravvivono le architetture storiche di Livorno. E vorremo infondere in questa denuncia, se non altro per aggiungere qualche nuovo argomento, un ampio criterio cronologico che dalla città cinquecentesca arriva all'età contemporanea. Sarà così più facile denunciare i rischi che incombono su questo patrimonio, che l'intero sistema delle fortificazioni, le Terme della Salute, le testimonianze di archeologia industriale come il grande silos a lato del porto mediceo, che certo non è, come qualcuno invece ha detto, un ecomostro, ma, piuttosto, esempio non banale di quell'architettura funzionale affermatasi negli Stati Uniti nei primi del Novecento. Risulterebbe facile, quanto istruttivo, proporre un viaggio immaginario, attraverso questa storia e questo patrimonio, oggi a rischio, di distruzione, di abbandono, di trascuratezza. Un rischio da non sottovalutare, se pensiamo, per esempio, nell'ambito dell'architettura industriale, alla recente demolizione della fabbrica della Birra Peroni, significativo manufatto in cemento armato, di concezione assai moderna, per alcuni versi paragonabile alla fabbrica del Lingotto, che ha avuto, sempre sfortunatamente per miopia amministrativa, bel altro destino. Perciò non è possibile sottrarsi al rito della denuncia e dell'indignazione, giusta testimonianza di impegno civile e, nel mio caso, anche professionale. Eppure si tratta di un rito che si perpetua con sempre minore convinzione e, invece, maggiore rassegnazione, come ha scritto Claudio Frontera, e anche in solitudine. Ed è facile spiegare i motivi di tale pessimismo: l'estraneità con la quale troppo spesso l'opinione pubblica accoglie le notizie del degrado o della distruzione di questa storia; la carenza di strategia da parte dell'attuale amministrazione che vive sulla spinta delle emergenze e sembra compiacersi della lamentazione sulla carenza di finanziamenti; l'assenza di un progetto al passo con il mondo contemporaneo, in grado di gestire con strumenti attuali il proprio patrimonio storico, anche nel rapporto con l'imprenditoria privata, alla quale diventa possibile indicare obbiettivi certi ed economicamente validi, e tuttavia improntati alla valorizzazione di beni che restano patrimonio della collettività. In negativo, la vicenda della fabbrica Peroni e delle Terme del Corallo hanno molto da insegnare.
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