Il Tirreno

Livorno

Così quell'incidente mi ha cambiato per sempre la vita

Giorgio Carlini
Così quell'incidente mi ha cambiato per sempre la vita

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 LIVORNO. «La sicurezza sul posto di lavoro deve essere una priorità, per voi e per i vostri cari». Sembra lo slogan di una campagna sociale per la prevenzione degli infortuni. Invece è qualcosa di più. È il messaggio lanciato da chi un grave incidente sul lavoro lo ha già avuto. Stefano Di Bartolomeo, 42 anni, il 4 agosto 2005 ha visto cambiare improvvisamente la propria vita e quella della sua famiglia. Ma da quel giorno ha imparato ad apprezzare ancora di più le gioie quotidiane e l'affetto di sua moglie Mascia e dei suoi figli, Sandy e Nicolò, rispettivamente di 20 e 4 anni.  «Sono sempre stato dell'idea - racconta Stefano - che chi ha subìto un infortunio debba poter essere d'aiuto e di esempio per gli altri lavoratori. Affinchè questa tremenda catena si possa interrompere». È questo il motivo che lo spinge a raccontare la sua storia. Un invito alla prudenza, unito al ricordo di chi non è stato altrettanto "fortunato" e adesso non c'è più. Anche se ripercorrere quei momenti fa molto male.  Il 4 agosto di 6 anni fa, come tutti gli altri giorni, Stefano si reca al banco al mercato centrale, dove lavora, e scende nello scantinato per battere lo stoccafisso con uno speciale macchinario. Ma qualcosa va storto. «I rulli della pressa bloccarono la mia mano destra e iniziarono a trascinarsi dentro tutto il braccio. Adesso non sarei qui, se pochi istanti dopo il mio eroe Jonny non fosse sceso a soccorrermi». L'eroe, Jonathan, era il suo collega, purtroppo scomparso prematuramente, e l'amico non perde l'occasione per ricordarlo con affetto e per rendergli onore.  Quella mattina, poco più tardi, arrivano sul posto i pompieri: gli «Angeli del Fuoco», come li chiama Stefano, impiegano un'ora e mezza per liberarlo dalla morsa del macchinario. Poi la corsa in ospedale. «Al pronto soccordo dissero che era come se mi fosse esploso il braccio fino alla spalla. Ero in pericolo di vita. Col passare del tempo le mie mie condizioni si sono stabilizzate». Dopo qualche giorno viene operato, l'intervento dura circa 10 ore. Il chirurgo ortopedico, parlando con la moglie, afferma che il marito può considerarsi un miracolato per essere ancora vivo e per non aver perso il braccio. Dopo 40 giorni Stefano esce dall'ospedale e inizia una lunga riabilitazione al centro specializzato di Volterra: nei tre mesi di trattamenti ottiene buoni risultati, riprendendo faticosamente la sensibilità della mano.  L'uomo deve superare anche alcune complicazioni, come problemi respiratori e un'infezione interna. Ma le sfide maggiori che deve affrontare riguardano l'aspetto sociale e psicologico: gli viene riscontrata un'invalidità del 60%, non risulta idoneo al vecchio lavoro, e si ritrova disoccupato. «Avevo solo l'attestato di terza media, ero abituato a fare lavori manuali o di fatica. E di colpo mi ritrovavo nell'impossibilità di continuare su quella strada. Mi dissero che dovevo «riqualificarmi». Così ho fatto diversi corsi di formazione, molti dei quali incentivati dalla Provincia. Dopo un periodo di prova con una cooperativa sociale di Firenze, nell'ambito di un progetto di filiera corta presso un negozio aperto a Livorno, sono stato assunto come categoria protetta».  Stefano si batte da anni affinchè la sua storia possa sensibilizzare i lavoratori sul tema della prevenzione degli infortuni. Ha collaborato con diverse associazioni, ma a suo avviso manca un contatto continuo: «Vorrei far capire che chi ha vissuto un'esperienza simile può dare un contributo importante in ambito della sicurezza sul lavoro. Sarebbe positivo coinvolgere maggiormente chi può portare una testimonianza diretta».  Non smette di ringraziare la moglie Mascia, («è lei la vera artefice della mia seconda vita»), i figli, i vigili del fuoco, la Misericordia. E per concludere lancia un monito che tutti quanti dovrebbero sempre tenere a mente: «Il lavoro si prende già molto del vostro tempo. Vi toglie delle ore che potreste dedicare ai vostri cari. Non fate sì che prenda anche una parte di voi, o peggio che si porti via tutto, lasciando un dolore incolmabile che nessun risarcimento economico potrà mai alleviare».

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