La protesta
Una vita da romanzo
Cristiana Grasso
Giornalista e gentiluomo, seguì da inviato i più importanti eventi nazionali e internazionali. Fu cantore appassionato e critico della sua Livorno
5 MINUTI DI LETTURA
Era un ragazzo di ottantanove anni. E con quegli ottantanove anni, gli acciacchi dell'età che lo facevano arrabbiare, il fiume dei ricordi che raramente lo commuovevano ma più spesso gli facevano brillare gli occhi di orgoglio e entusiasmo, Aldo Santini camminava a testa alta e mente lucida.
Scrivendo, come aveva fatto per tutta la vita: prima giornalista del Tirreno, quindi inviato di punta dell'Europeo, poi di nuovo firma eccellente del Tirreno. Leggendo, tanto, di tutto. Non negandosi qualche cena con gli amici nei ristoranti che preferiva, buon cibo e buon vino, «e sennò che vita sarebbe...». Curioso, ironico, appena immalinconito dal passare degli anni. Livornese critico e autocritico, niente sconti ai vizi labronici come si conviene a chi ha visto oltre, il coraggio di andare a mettere in discussione persino un dogma come quello del cacciucco ma anche un amore grande per la sua città che come nessun altro ha saputo raccontare, regalandole dignità letteraria e spessore storico.
Nella sua bella casa piena di luce in un moderno palazzo del centro, seduto nello studio con migliaia di libri, oggetti raccattati nei tanti viaggi e il mitico archivio che aveva costruito ritaglio dopo ritaglio fin da quando era un giovanissimo reporter, ti accoglieva con quel calore genuino, una vita da romanzo la sua, ma mai la tentazione di tirarsela, di fare il maestro. Giornalista e gentiluomo, capace di scriverti una lettera, battuta a macchina con la sua Olivetti (e a macchina continuava a battere tutti i suoi pezzi per il giornale e i testi dei libri), per ringraziarti ogni volta dell'ultimo articolo che gli avevi dedicato.
Mai retorica, mai piagnistei sui bei tempi andati ma solo storie da ascoltare a bocca aperta, i cannibali delle Ande, la Monaco delle Olimpiadi e della strage, il Vajont ma anche gli americani e le signorine che dopo la seconda guerra mondiale avevano trasformato la pineta di Tombolo, sulla via tra Pisa e Livorno, in un mondo a parte da set neorealista al quale ha dedicato proprio un libro.
Alla morte certamente pensava, e con un misto di stizza e distacco, ma alla vecchiaia non concedeva niente. Giuliana che da anni gli stava vicino con grande affetto e che è stata la prima ad accorrere quando lui, l'altra notte, ha telefonato per dire che non si sentiva bene, con questo spiritaccio indomito di Aldo doveva fare i conti da un bel po': la dieta, le medicine, gli strapazzi e lui che un po' si ribellava e un po' capiva e obbediva, giusto per far tutti contenti.
Sembra che da qualche giorno le sue condizioni fossero peggiorate, ma lui non ha mai voluto darsi malato, così come non ha mai voluto "andare in pensione". Aldo non avrebbe nemmeno voluto morire, perché anche se quel fisico maestoso che lo aveva portato in giro per il mondo e aveva spezzato tanti cuori lo stava tradendo, dentro di lui c'era ancora troppa vita. E altro da raccontare, da discutere, da inventare.
Il suo ultimo pezzo uscito sul Tirreno, poco più di un mese fa, era un confronto un po' amaro tra passato e presente, lo aveva intristito osservare e "non riconoscere", per il degrado e l'omologazione, una delle strade più importanti della sua città, via Grande. E il suo ultimo libro, pubblicato con il Tirreno, è quasi altrettanto recente: si intitola "Dalla memoria di un inviato", ancora storie da raccontare e quel desiderio di mettere l'anima nero su bianco. Nero su bianco (mai ceduto ai computer, e ne era orgoglioso) a macchina e anche a penna. Come quando, il 10 giugno, nella sala consiliare del Comune, ha ricevuto dal sindaco Alessandro Cosimi la Livornina d'Oro, massima onorificenza che Livorno riserva ai suoi più illustri concittadini, e nel solenne librone che raccoglie le dediche di chi è stato insignito del prestigioso riconoscimento lui ha scritto: «Sono felice di ricevere la Livornina. Non so se me la merito ma intanto me la prendo!».
Quel giorno era particolarmente in forma, impeccabile nel suo completo scuro, la cravatta, la camicia chiara. Un abbraccio indimenticabile, l'ultimo abbraccio, ma senza saperlo.
La sala piena di gente a salutarlo, applaudirlo. Allora si concesse una piccola debolezza, piangere e nemmeno cercare di nascondersi. E cosa sarà mai qualche lacrima negli occhi e un attimo di esitazione per il gigante che a correre ha iniziato nel 1945 al Tirreno di Athos Gastone Banti. Uno che come inviato ha seguito per decenni tutti gli avvenimenti più importanti a livello nazionale e internazionale.
Scrittore fecondo e prolifico (ha vinto anche il premio Campiello), ha scritto decine di libri. Tra cui la storia dell'Accademia navale, le biografia di Nedo Nadi, Primo Carnera, Carducci e Costanzo Ciano, i ricordi del lavoro comune con Oriana Fallaci, le biografie dei livornesi illustri del Novecento, vari testi di gastronomia.
Nel suo piccolo regno dal quale ultimamente sempre meno spesso spiccava il volo (e quanto lo innervosiva non poter più andare in giro), in quella casa dove ieri pomeriggio è morto dopo un veloce precipitare verso il buio, lui custodiva tutta questa memoria, con una precisione quasi sorprendente. Ma non era una memoria ingessata e nostalgica, bensì un tesoro al quale Aldo Santini attingeva per continuare ad essere se stesso.
Un ragazzo di 89 anni con una vita d'altri tempi, esaltante e avventurosa, una vita che sembrava non dovesse finire mai.
Scrivendo, come aveva fatto per tutta la vita: prima giornalista del Tirreno, quindi inviato di punta dell'Europeo, poi di nuovo firma eccellente del Tirreno. Leggendo, tanto, di tutto. Non negandosi qualche cena con gli amici nei ristoranti che preferiva, buon cibo e buon vino, «e sennò che vita sarebbe...». Curioso, ironico, appena immalinconito dal passare degli anni. Livornese critico e autocritico, niente sconti ai vizi labronici come si conviene a chi ha visto oltre, il coraggio di andare a mettere in discussione persino un dogma come quello del cacciucco ma anche un amore grande per la sua città che come nessun altro ha saputo raccontare, regalandole dignità letteraria e spessore storico.
Nella sua bella casa piena di luce in un moderno palazzo del centro, seduto nello studio con migliaia di libri, oggetti raccattati nei tanti viaggi e il mitico archivio che aveva costruito ritaglio dopo ritaglio fin da quando era un giovanissimo reporter, ti accoglieva con quel calore genuino, una vita da romanzo la sua, ma mai la tentazione di tirarsela, di fare il maestro. Giornalista e gentiluomo, capace di scriverti una lettera, battuta a macchina con la sua Olivetti (e a macchina continuava a battere tutti i suoi pezzi per il giornale e i testi dei libri), per ringraziarti ogni volta dell'ultimo articolo che gli avevi dedicato.
Mai retorica, mai piagnistei sui bei tempi andati ma solo storie da ascoltare a bocca aperta, i cannibali delle Ande, la Monaco delle Olimpiadi e della strage, il Vajont ma anche gli americani e le signorine che dopo la seconda guerra mondiale avevano trasformato la pineta di Tombolo, sulla via tra Pisa e Livorno, in un mondo a parte da set neorealista al quale ha dedicato proprio un libro.
Alla morte certamente pensava, e con un misto di stizza e distacco, ma alla vecchiaia non concedeva niente. Giuliana che da anni gli stava vicino con grande affetto e che è stata la prima ad accorrere quando lui, l'altra notte, ha telefonato per dire che non si sentiva bene, con questo spiritaccio indomito di Aldo doveva fare i conti da un bel po': la dieta, le medicine, gli strapazzi e lui che un po' si ribellava e un po' capiva e obbediva, giusto per far tutti contenti.
Sembra che da qualche giorno le sue condizioni fossero peggiorate, ma lui non ha mai voluto darsi malato, così come non ha mai voluto "andare in pensione". Aldo non avrebbe nemmeno voluto morire, perché anche se quel fisico maestoso che lo aveva portato in giro per il mondo e aveva spezzato tanti cuori lo stava tradendo, dentro di lui c'era ancora troppa vita. E altro da raccontare, da discutere, da inventare.
Il suo ultimo pezzo uscito sul Tirreno, poco più di un mese fa, era un confronto un po' amaro tra passato e presente, lo aveva intristito osservare e "non riconoscere", per il degrado e l'omologazione, una delle strade più importanti della sua città, via Grande. E il suo ultimo libro, pubblicato con il Tirreno, è quasi altrettanto recente: si intitola "Dalla memoria di un inviato", ancora storie da raccontare e quel desiderio di mettere l'anima nero su bianco. Nero su bianco (mai ceduto ai computer, e ne era orgoglioso) a macchina e anche a penna. Come quando, il 10 giugno, nella sala consiliare del Comune, ha ricevuto dal sindaco Alessandro Cosimi la Livornina d'Oro, massima onorificenza che Livorno riserva ai suoi più illustri concittadini, e nel solenne librone che raccoglie le dediche di chi è stato insignito del prestigioso riconoscimento lui ha scritto: «Sono felice di ricevere la Livornina. Non so se me la merito ma intanto me la prendo!».
Quel giorno era particolarmente in forma, impeccabile nel suo completo scuro, la cravatta, la camicia chiara. Un abbraccio indimenticabile, l'ultimo abbraccio, ma senza saperlo.
La sala piena di gente a salutarlo, applaudirlo. Allora si concesse una piccola debolezza, piangere e nemmeno cercare di nascondersi. E cosa sarà mai qualche lacrima negli occhi e un attimo di esitazione per il gigante che a correre ha iniziato nel 1945 al Tirreno di Athos Gastone Banti. Uno che come inviato ha seguito per decenni tutti gli avvenimenti più importanti a livello nazionale e internazionale.
Scrittore fecondo e prolifico (ha vinto anche il premio Campiello), ha scritto decine di libri. Tra cui la storia dell'Accademia navale, le biografia di Nedo Nadi, Primo Carnera, Carducci e Costanzo Ciano, i ricordi del lavoro comune con Oriana Fallaci, le biografie dei livornesi illustri del Novecento, vari testi di gastronomia.
Nel suo piccolo regno dal quale ultimamente sempre meno spesso spiccava il volo (e quanto lo innervosiva non poter più andare in giro), in quella casa dove ieri pomeriggio è morto dopo un veloce precipitare verso il buio, lui custodiva tutta questa memoria, con una precisione quasi sorprendente. Ma non era una memoria ingessata e nostalgica, bensì un tesoro al quale Aldo Santini attingeva per continuare ad essere se stesso.
Un ragazzo di 89 anni con una vita d'altri tempi, esaltante e avventurosa, una vita che sembrava non dovesse finire mai.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
