Il Tirreno

Livorno

Questa era la sua Livorno

Aldo Santini nel suo studio
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Aldo Santini nel suo studio

I "44 ritratti" e tanti altri libri dedicati alla città

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 LIVORNO. Inviato, giramondo, testimone degli avvenimenti storici più importanti dal dopoguerra in poi. Ma anche e soprattutto livornese, capace di raccontare nei suoi articoli e in tanti libri, fatti e personaggi della sua città nella quale finiva sempre per tornare. Con una grande voglia di raccontarla, nei suoi pregi e nei suoi difetti, attento sempre a coglierne lo spirito al di là di ogni retorica. Di Aldo Santini sono infatti i volumi che meglio raccontano Livorno e i livornesi. Tra le tante chicche dedicate alla sua città i volumi ispirati a temi gastromimici (il ponce, il cacciucco, le ricette livornesi) e il volumetto su Madama Sitrì, storica tenutaria al tempo delle case chiuse. Ma tra tutti il più significativo è forse "Alla scoperta di Livorno e dei livornesi in 44 ritratti di scrittori, poeti, giornalisti, politici, regnanti" uscito nel 2009, edito da Debatte. Un libro in cui Aldo Santini ha raccolto le gesta e le testimonianze di molti personaggi che Livorno ha ospitato dal Settecento fino ai giorni nostri. Del libro pubblichiamo qui sotto la prefazione integrale scritta dallo stesso Santini. di Aldo Santini  Livorno vista dagli altri com'è? Bella o brutta? Simpatica oppure odiosa? E i livornesi, che impressione fanno sui visitatori della loro città? Mi riferisco ai personaggi che Livorno, per una ragione qualsiasi, ha ospitato da quand'era un porto a vela con il vento in poppa fino ai giorni nostri. Scrittori, politici, intellettuali, regnanti, poeti, giornalisti, mercanti, da Henry James al Manzoni, da Gustavo III di Svezia al Lamartine, da Ansaldo ai fratelli Verri e a Giorgio Bocca, da Palazzeschi a Montesquieu. E ho raccolto anche le testimonianze di alcuni livornesi di talento che hanno dato il meglio di sé lontano da Livorno: il Ferrigni, Toaff, Provenzal, Caproni... Vedersi con i propri occhi è quanto meno una confessione.  Di tutti i personaggi, quarantaquattro per essere precisi, che hanno scritto di Livorno con una certa ampiezza, ho tracciato un profilo, un appunto biografico, per valutare meglio il peso dei loro giudizi.  Scorrendoli a bocce ferme, questi giudizi, capiterà di sentirci orgogliosi, noi livornesi del Duemila. Ma non sempre, attenzione. Se in genere la Livorno del Settecento, nel suo periodo di massimo luccicore commerciale, appariva bellina e ben squadrata, le vie larghe, perfino pulite, una "città tascabile", adeguatamente protetta dalle sue fortezze e dalla numerosa guarnigione, c'è anche da registrare che era troppo chiassosa, troppo popolaresca, che nelle sue strade s'incontravano tipi di ogni razza vestiti nelle fogge più strane: una torre di Babele, un ribollire di esperienze e di avventure, una fiera di maschere. Insomma, un vero e proprio cacciucco.  Il padre di Goethe, dopo aver misurato piazza Grande con il metro dei passi, trecentocinquanta per centocinquanta, descrive con sfarzo di particolari la sua visita al Bagno dei forzati, e non nasconde la sua disapprovazione allo spettacolo per lui vergognoso dei "musi neri" che servivano a tavola nelle case altolocate. Tutti, però, sono concordi sul fatto che qui gli ebrei, in fuga dai roghi dell'Inquisizione, avevano trovato una piccola seconda patria.  Non mancano le verità particolarmente scomode: per gli inglesi, per esempio, Livorno era un nido di ladri. Lo riferisce Alessandro Verri in procinto di far stampare l'opera del Beccaria, "Dei delitti e delle pene", al riparo dalla censura austriaca. Il libro è rivoluzionario, Livorno accetta di pubblicarlo, non esita nemmeno ad approntare i torchi per la prima edizione in Italia dell'"Encyclopédie" di Diderot e D'Alambert che sta mettendo in subbuglio la Francia illuminista. In Toscana è stata appena abolita la pena di morte e la tortura. E lui, il Verri, lamenta con aristocratico sdegno di trovarsi in una "piazza di birboni che l'un l'altro si coglionano".  Sono proprio questi i livornesi? O il Verri è suggestionato da qualche fatto di cronaca? Li ritroviamo più autentici in una pagina di Giovanni Ansaldo, il "fascista riluttante" che dirigendo per parecchi anni il giornale dei Ciano ha avuto modo di concoscerli bene: i livornesi sono sempre stati "dell'idea". L'idea della ribellione alle prepotenze, alle ingiustizie, alle oppressioni.  Un solo scrittore, però, Henry James, capisce, annusa, intuisce che Livorno è poco toscana. Una città completamente nuova, all'americana, dove l'americano James, penso, ritrova l'atmosfera effervescente, dinamica e multirazziale della sua New York ottocentesca.  Infatti Livorno è la città meno toscana dell'intera Toscana. O meglio: non è per niente toscana. E appartenendo geograficamente alla Toscana, essendo il suo unico porto di respiro internazionale e la sua seconda città (oggi, ahinoi, è la terza, superata da Prato) per grandezza e importanza, Livorno dà alla Toscana un carattere che toscano non è. E dalla Toscana riceve una matrice che non è la propria, in cui non si riconosce.  La Toscana è una cosa e Livorno un'altra. E ciò confonde i lombardi, i veneti, i piemontesi che magari hanno in uggia i toscani perché danno a tutti del bischero, si credono bravi e capaci solo loro, e di conseguenza pensano a torto che questi siano i difetti comuni anche ai livornesi. O che magari hanno in uggia i livornesi per la loro truculenza verbosa e pensano a torto che i toscani siano dal primo all'ultimo come loro.  Ora Livorno, non dimentichiamolo, è l'unica città "americana" del Mediterraneo, nel senso che è una città da Nuova Frontiera costruita e popolata, in grazia delle "Leggi Livornine" del 1593, da un esercito di emigranti d'ogni razza e colore, di avanzi di galera e figli di puttana che volevano ricostruirsi un'esistenza, che intendevano dare un taglio al passato cambiando identità e passaporto. E non dimentichiamo che, malgrado il suo fondo libertario e autoritario insieme, è sostanzialmente una città d'ordine. Nello stesso tempo, però, è pugnace, protestataria per vocazione. È soprattutto una città sopra le righe. È una Tarascona aizzata dal libeccio che trova il suo genio nella dismisura, nell'iperbole.

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di Redazione web