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Carlo Coccioli, livornese di foravia, dice che Livorno somiglia al gran capo pellerossa di Jean ...
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Carlo Coccioli, livornese di foravia, dice che Livorno somiglia al gran capo pellerossa di Jean Cocteau per cui "a little too much is just enough for me". A Livorno tutto avviene e va fatto "un pochino troppo". Di qui il fervore livornese che si traduce in brillantezza ed esagerazione. Brilla il mare dell'Ardenza che, a sentire i livonesi, non è uguale a nessun altro. Brilla il porto che era il più rapido e il più assatanato d'Italia. E continuano a brillare i Quattro Mori che testimonierebbero della benemerenza di Livorno nella difesa della civiltà europea. Brillava addirittura il partito comunista per aver realizzato con molti anni di anticipo, proprio a Livorno, il compromesso storico (Guano fu chiamato "il vescovo rosso") e per aver portato sulla poltrona di sindaco, trent'anni prima di Roma (con Argan) una testa d'uovo, Furio Diaz, seguito da un'altra testa d'uovo, Nicola Badaloni, che dettero all'amministrazione della sinistra il suggello anestetizzante della cultura. L'anestesia per una dirigenza borghese avida e disossata. E l'esagerazione, o meglio la dismisura, è la regola del livornese. Non parla: urla. Non discute: aggredisce. Non accenna: gesticola. Non ama: perde la testa. Non passeggia: si esibisce. Non mangia: si abbuffa. Non investe: spende per godersi il proprio denaro, quando ce l'ha. Non spende: sciala. I sociologi bocciano questo scialo con una sentenza di consumismo dissennato. Ma sono davvero dissennati i livornesi? O sono invece saggi, a loro modo. Una saggezza che nel dopoguerra portò la città più comunista d'Italia a collaborare con i militari Usa mettendo in pace la propria coscienza politica con giganteschi "Go home" pitturati sui muri. La saggezza che negli anni Cinquanta, accanto alla scritta "Via il dollaro", apparsa sul brutto edificio di piazza Grande che ospitava il comando americano, vede aggiungere da una mano ignota, strepitosamente livornese, "Ce ne fussero". Dovrebbe essere un sociologo delle lunghe antenne sensoriali affinate dall'esperienza, oltre che dalla cultura, a spiegarci se questa realpolitik spicciola nasce dalle esigenze di una città fondata sul lavoro degli schiavi e sulle garanzie di impunità offerta a una moltitudine di senzapatria, o dall'opportunismo di una popolazione che nasconde fin troppo bene la sua flessibilità sotto un'esuberanza vulcanica e sgangherata. Forse la verità sta nel mezzo. Sta nel legame profondo, viscerale, che tiene uniti i livornesi di scoglio, quelli con il "deh!" in bocca, anche i più estroversi e i più trucibaldi, all'anima della nostra città, tersa e concreta come un osso di seppia levigato dal mare, dal vento, dalla sabbia.
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