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Morì con la moto: il giudice condanna l'uomo che lo investì
Lara Loreti
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SOLARE. Una bella immagine di Fabrizio Marzini morto a 32 anni 3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Oggi avrebbe compiuto 36 anni. Fabrizio Marzini aveva tanti progetti. Si era appena laureato, aveva la sua barca, un casottino a Vada e soprattutto amava la vita. La parola fine è apparsa troppo in fretta nel romanzo della sua esistenza. Investito da un'auto il 9 febbraio del 2008, morì l'indomani. Il conducente, Silvio Quaranta, è stato condannato a un anno di reclusione e ritiro della patente per due. In questi giorni il fratello Alessandro e la madre hanno depositato la richiesta per la causa civile, per il risarcimento dei danni. Il gip ha dato ragione a Marzini, individuando «negligenza, imprudenza e imperizia», come si legge nella sentenza, da parte del conducente della vettura, una Toyota nera. Fabrizio all'epoca aveva 32 anni e stava rincasando, abitava in via Svezia alla Scopaia. Con il suo scooter stava percorrendo viale Mameli in direzione dell'Aurelia, mentre l'auto procedeva da via Redi verso viale Fabbricotti. Secondo il giudice Antonio Pirato, Quaranta andava a 60 chilometri all'ora, quindi oltre il limite di 50, e non rallentò in vista dell'incrocio. Inoltre, sempre secondo l'analisi del giudice, non dette la precedenza al veicolo che era alla sua destra su cui viaggiava Fabrizio. L'impatto fu durissimo: lo scooter urtò con violenza contro la fiancata destra dell'auto, Marzini venne sbalzato di sella e poi ricadde violenza a terra. Morì il giorno dopo in ospedale, per le gravi ferite riportate. Una notte di preghiera per i familiari e per gli amici che sperarono fino all'ultimo che Fabrizio potesse farcela. Quaranta è stato condannato per omicidio colposo a un anno di reclusione (pena sospesa), e al pagamento in favore della parte civile delle spese di costituzione e difesa per 2500 euro. Il giudice ha anche aggiunto la sanzione accessoria della sospensione per due anni della patente. A giorni partirà la causa civile. Il ricordo di Fabrizio è sempre vivo nei familiari e negli amici. «Lo portiamo sempre con noi, ogni giorno nei nostri cuori», dicono il fratello e la madre. Fabrizio era un pescatore professionista, lavorava sulla Marina di Vada e ogni giorno andava alla "Casotta" di Maurizio Rosi che rappresentava un po' la sua seconda casa. Negli ultimi tempi, faceva avanti e indietro tra Livorno, dove viveva con la sua famiglia, e Vada, dove aveva la barca e dove aveva ristrutturato un casotto. Spesso la sera, dopo il lavoro, si fermava lì a dormire. Prima di lavorare a Vada aveva fatto tanti lavori in città tra cui il bagnino ai Bagni Pancaldi. Il mare era la sua unica vera passione, che condivideva con tanti amici. Erano stati loro a coniare per lui un simpatico nomignolo: lo chiamavano "Il polpo" per quel tatuaggio che aveva impresso sul braccio. Da sei anni praticava la pesca ed era diventato professionista nel 2006. Inoltre, Marzini aveva anche il pallino della storia dell'arte, tanto che tre mesi prima di quel maledetto incidente si era laureato in Beni culturali a Pisa.
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