Gioco
dalla prima
Il porto ferroviario, una bella intuizione
Massimo Paoli
Una fase "collante", che in questo momento di ulteriore evoluzione della globalizzazione produttiva, consente che le altre fasi su cui le filiere si fondano siano disperse mondialmente
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Il mondo dei "trasporti" è tramontato, era un sistema di servizi alla produzione e dunque alla distribuzione industriale, al suo posto è sorto un altro universo, quello della cosiddetta "logistica", che invece è una fase vera e propria della produzione-distribuzione industriale. E che fase, quella che le tiene insieme tutte! Ricordiamoci che le merci nel mondo viaggiano perché sono materie prime che vanno alle lavorazioni, oppure semilavorati che si spostano tra le lavorazioni, o beni finiti che vanno alla distribuzione oppure in ultimo beni finiti che viaggiano nei canali distributivi verso il consumo finale.
Una fase "collante" quindi, che in questo momento di ulteriore evoluzione della globalizzazione produttiva, consente che le altre fasi su cui le filiere si fondano siano disperse mondialmente. Di più, consente che l'intero processo avanzi verso la meta organizzativa che l'intera industria sogna da anni, cioè il vero e proprio "just in time". Cioè la produzione che si avvia, non più su previsione, ma solo dopo che l'effettiva domanda si è manifestata. Cioè dopo che qualcuno ha chiesto una Punto bianca o una Mito rossa e così via, si tratterebbe di produrre giusto ciò che viene chiesto. Una rivoluzione che intanto nel processo di avvicinamento a questa meta ormai non lontana, ha prodotto un'altra innovazione epocale, che è la "logistica".
Un'attività fondata su tempo-sincronia, servizi aggiuntivi e costi, invece che su distanza e costi com'erano i trasporti. Essendo una fase industriale a tutto tondo la logistica ha assunto una logica industriale (il gioco di parole è voluto). In questa logica hanno un gran peso l'innovazione (soprattutto l'automazione della manipolazione delle merci) e le economie di scala. E' soprattutto a queste ultime che si deve un nuovo fenomeno, non solo tutta la merce che conta finisce dentro un container (il 95% della merce a valore aggiunto elevato viaggia ormai dentro gli "scatoloni" di latta da 20 o 40 piedi), ma tutto (anche dove i container sono meno importanti) diventa più grande-capace: le navi, le gru, gli operatori (ormai tutti internazionali per definizione) e inevitabilmente i porti (persino i treni merci diventano più lunghi).
Ecco, a valle di queste analisi, nel progetto di Prg del porto appena presentato si spende, secondo me, la parte più intelligente della proposta, che sembra dire: d'accordo la Darsena Europa è il futuro, ma si è perso troppo tempo (quella verrà, se siamo bravi, tra non meno di 10-15 anni), nel frattempo che facciamo del porto di Livorno? Quasi come in una matrioska, il piano sembra delinearne un altro, modulare e non contraddittorio rispetto al primo, fatto in modo da farci andare avanti un passo alla volta, ma spediti, pragmaticamente, ma senza rinunciare a pensare in grande. Se dovessi riassumerlo selvaggiamente mi verrebbe da dire che l'indirizzo emergente sembra il seguente: in attesa della Darsena Europa facciamo un bel porto "ferroviario" (da almeno 1 milione di Teu all'anno, 500mila auto, 1,5-2 milioni di tonnellate di forestali e cellulosa, 500mila tonnellate di frutta o assimilati, 1 milione di croceristi ecc.).
Cosa vuol dire "ferroviario"? Che scavando i fondali quanto basta, facciamo un porto che mentre aspetta i grandi investimenti non sta con le mani in mano, ma guarda con grande interesse al proprio retroporto. Per ristrutturarvi il proprio impianto ferroviario (anche interno) che leghi il porto alla rete Alta Capacità fino a Bologna e dunque alle altre reti europee, ma anche per attrarvi investimenti (manifatturieri e logistici), possibilmente non a caso e quindi mirati a rafforzare le filiere già presenti o a rinnovarle.
Sullo sfondo si delinea un porto che non va solo verso il mare, ma che potrebbe "correre" anche verso terra lungo i tracciati fluviali (o artificiali). Un ritorno, ai miei umili occhi, tra i più nobili che si potesse pensare, perché guarda a ciò che "vedevamo" al tempo dell'invenzione del concetto di "area vasta" (ormai nei lontani anni '80), proprio con lo stesso punto di vista. Un porto che non rimane solo dei livornesi, ma diventa anche "fisicamente" dei toscani (come minimo, poi se vorremo fare la Darsena Europa lo dovremo far diventare ben più che "toscano").
Una fase "collante" quindi, che in questo momento di ulteriore evoluzione della globalizzazione produttiva, consente che le altre fasi su cui le filiere si fondano siano disperse mondialmente. Di più, consente che l'intero processo avanzi verso la meta organizzativa che l'intera industria sogna da anni, cioè il vero e proprio "just in time". Cioè la produzione che si avvia, non più su previsione, ma solo dopo che l'effettiva domanda si è manifestata. Cioè dopo che qualcuno ha chiesto una Punto bianca o una Mito rossa e così via, si tratterebbe di produrre giusto ciò che viene chiesto. Una rivoluzione che intanto nel processo di avvicinamento a questa meta ormai non lontana, ha prodotto un'altra innovazione epocale, che è la "logistica".
Un'attività fondata su tempo-sincronia, servizi aggiuntivi e costi, invece che su distanza e costi com'erano i trasporti. Essendo una fase industriale a tutto tondo la logistica ha assunto una logica industriale (il gioco di parole è voluto). In questa logica hanno un gran peso l'innovazione (soprattutto l'automazione della manipolazione delle merci) e le economie di scala. E' soprattutto a queste ultime che si deve un nuovo fenomeno, non solo tutta la merce che conta finisce dentro un container (il 95% della merce a valore aggiunto elevato viaggia ormai dentro gli "scatoloni" di latta da 20 o 40 piedi), ma tutto (anche dove i container sono meno importanti) diventa più grande-capace: le navi, le gru, gli operatori (ormai tutti internazionali per definizione) e inevitabilmente i porti (persino i treni merci diventano più lunghi).
Ecco, a valle di queste analisi, nel progetto di Prg del porto appena presentato si spende, secondo me, la parte più intelligente della proposta, che sembra dire: d'accordo la Darsena Europa è il futuro, ma si è perso troppo tempo (quella verrà, se siamo bravi, tra non meno di 10-15 anni), nel frattempo che facciamo del porto di Livorno? Quasi come in una matrioska, il piano sembra delinearne un altro, modulare e non contraddittorio rispetto al primo, fatto in modo da farci andare avanti un passo alla volta, ma spediti, pragmaticamente, ma senza rinunciare a pensare in grande. Se dovessi riassumerlo selvaggiamente mi verrebbe da dire che l'indirizzo emergente sembra il seguente: in attesa della Darsena Europa facciamo un bel porto "ferroviario" (da almeno 1 milione di Teu all'anno, 500mila auto, 1,5-2 milioni di tonnellate di forestali e cellulosa, 500mila tonnellate di frutta o assimilati, 1 milione di croceristi ecc.).
Cosa vuol dire "ferroviario"? Che scavando i fondali quanto basta, facciamo un porto che mentre aspetta i grandi investimenti non sta con le mani in mano, ma guarda con grande interesse al proprio retroporto. Per ristrutturarvi il proprio impianto ferroviario (anche interno) che leghi il porto alla rete Alta Capacità fino a Bologna e dunque alle altre reti europee, ma anche per attrarvi investimenti (manifatturieri e logistici), possibilmente non a caso e quindi mirati a rafforzare le filiere già presenti o a rinnovarle.
Sullo sfondo si delinea un porto che non va solo verso il mare, ma che potrebbe "correre" anche verso terra lungo i tracciati fluviali (o artificiali). Un ritorno, ai miei umili occhi, tra i più nobili che si potesse pensare, perché guarda a ciò che "vedevamo" al tempo dell'invenzione del concetto di "area vasta" (ormai nei lontani anni '80), proprio con lo stesso punto di vista. Un porto che non rimane solo dei livornesi, ma diventa anche "fisicamente" dei toscani (come minimo, poi se vorremo fare la Darsena Europa lo dovremo far diventare ben più che "toscano").
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